Pillole: Radici

Il caldo mi faceva sudare, la mia giacca blu e la camicia bianca erano già impregnate di sudore. Ero in attesa del tram insieme a molti altri, in ritardo, come al solito. Guardai l’orologio d’oro, non ce l’avrei mai fatta. Intorno a me una miriade di persone prese dal la loro routine quotidiana, una miriade di piccole anime affaccendate, come me. Nessuno fermo, nessuno immobile, tutti frenetici. Tutti tranne quel giovane ragazzo di colore, seduto sul bordo del marciapiede. Lo guardo con curiosità, ha una sacca nera, lo vedo aprirne la cerniera e tirar fuori uno oggetto lungo, di legno. I miei occhi tremarono nel capire di cosa si tratti. Provai ad andarmene, a fare retromarcia, a scappare, ma nulla, tutto fu vano. Quell’uomo colpì forte con la mano destra il suo strumento: un bongo. Quel suono familiare fece iniziare tutto. Il suono dei tamburi continuava a rimbombarmi nella testa. Non riuscivo a farlo uscire. Non voleva andar via. Ovunque mi muovessi il ricordo di quella musica, di quelle persone, di quella danza violenta, macabra, passionale mi assillava. Non potevo fare a meno di pensarci. L’ombra minacciosa del vulcano ricopriva ancora il mio cuore, la mia anima.
Sentivo ancora forte quel suono tribale capace di accendere nella mia testa gli altri sensi. L’odore di sudore di quegli uomini e di quelle donne, la puzza di sesso, le loro immagini scure muoversi, mischiarsi, unirsi al ritmo dei bonghi, mi tornavano alla mente. Era orribile.
I ricordi di quelle notti di Sabba erano così vividi, così reali che ripensandoci mi terrorizzavano. Quella notte, in cui il mio destino fu segnato, non potrò mai dimenticarla.
Mi presero nella notte, mi condussero con la forza al centro del cerchio, lì dove il fuoco era più caldo. Quella notte la foresta era viva. Gli animali osservavano, in disparte, ma attenti e il vento correva tra i rami, pronto ad alimentare le fiamme. Intorno a me, in cerchio, una miriade di uomini e donne nudi. Le loro carni nere, coperte di sudore risplendevano a causa dell’intensità del fuoco. Si agitavano, si contorcevano, erano in attesa, in trepidante attesa di poter cominciare il rito. Due di loro mi tenevano fermo per le braccia, non potevo muovermi in alcun modo, erano troppo forti e nonostante opponessi resistenza non riuscivo in alcun modo a smuoverli di un millimetro. Un terzo uomo uscì dal cerchio, anche lui nudo, orripilante per via della pelle cadente e raggrinzita, pareva avere più di cento anni, ma non potevo esserne sicuro a causa della grossa maschera ingombrante che indossava e gli copriva il volto. Si avvicinò a me, tra le sue mani una ciotola di coccio colma di un intruglio verdastro che mi fece traccannare a forza mentre gli altri due uomini muscolosi mi tenevano fermo. La folla era in estasi, urlava, saltava, gridava versi incomprensibili in preda alla gioia. Quando ebbi finito di bere, l’uomo mascherato ruppe la ciotola e con un’estremità affilata mi ferì sul petto da parte a parte, un taglio profondo, ma non troppo, preciso, che subito prese a sanguinare. Disse alcune parole che non riuscii a comprendere, ma intesi fosse il via al rito. I due uomini che prima mi reggevano mi lasciarono andare, pensai di fuggire, ma non potevo, non riuscivo a reggermi in piedi, di sicuro nell’intruglio dovevano averci messo qualche droga potentissima. Rimasi lì, immobile, fermo a vederli scopare, a vederli accoppiarsi come selvaggi al ritmo dei tamburi, senza poter far nulla, senza poter reagire. Fu lo stesso quando si avvicinarono a me, quando le donne presero a leccarmi il sangue e poi il pene, quando uno di loro mi mise l’uccello tra le labbra, quando mi stuprarono mentre ero senza difese. Rimasi lì immobile e sentii il suono dei tamburi. In ripetizione. Per tutta la notte. Non dimenticai mai, per quanto ci provassi.
Quel suono familiare fece iniziare tutto.
Mi strappai di dosso le vesti che mi ero guadagnato gettandomi alle spalle il passato, quella vecchia vita. Rimasi nudo in mezzo alla folla che sconcertata si ritraeva. La mia pelle nera veniva baciata dal sole. I tamburi continuavano a suonare e il ricordo del mio rito d’iniziazione si fece vivido come non mai. Ero un guerriero della tribù Makasi, un araldo del sesso e del sangue, e al suono dei tamburi, avrei onorato le mie divinità.
Il lavoro, la nuova vita, la ricchezza, non valevano nulla al confronto delle radici.
Le radici sono importanti.

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