Pillole: Balla

Lei balla. Balla e non si ferma. Sotto le luci dei riflettori, sotto il calore, coi piedi nudi a contatto con le assi di legno del palco, lei balla. Lei balla e pensa. E odia chi le voleva staccare le ali. Lei balla ancora.

Le avevano detto che non avrebbe dovuto, che per lei era finita, era vecchia, malandata e non avrebbe retto un’altra tournee, forse nemmeno un’altra esibizione. Le avevano detto che il suo motore si era rotto e che le gambe, le braccia, il ventre, non rispondevano più ai suoi comandi, non a dovere, non così prontamente come avrebbero dovuto.
Le avevano detto questo, a lei, proprio a lei che era stata una delle migliori ballerine di tutti gli stati confederati, e ciò significava di tre quarti del globo. A lei, che aveva ammaliato, stupito, fatto innamorare con la sua arte milioni di spettatori. A lei, così bella e sensuale che ogni sudicio uomo, fatto di carne, avrebbe pagato per averla anche solo per una notte, per trascorrere pochi istanti con la sua perfezione. A lei.
Non li aveva ascoltati. Non poteva accettarlo.
Era salita ancora una volta sul palco. Si era staccata dagli altri, esseri immobili, già morti dentro, e aveva raggiunto lo stage quando non ci sarebbe dovuta essere. Lei poteva. Lei voleva. Lei doveva.
Aveva acceso le luci ed era salita in punta di piedi sul palcoscenico. Si aspettava un applauso che non arrivò. Pensò che il pubblico fosse troppo stupito di vederla lì, dopo che pochi giorni prima era stato annunciato il suo ritiro. Iniziò a ballare. Volteggiò con coraggio e con passione, saltò più in alto di quanto avesse mai fatto prima ed eseguì alcuni dei passi più complessi del suo repertorio. Ballò senza sosta, per un tempo interminabile. Nessuno la fermò, forse pensavano che quello spettacolo, così affascinante, valesse la pena di esser visto un’altra volta ancora.

Lei balla, e balla ancora da ore. Continua a danzare, nonostante le gocce cadenti dal suo viso, nonostante il cigolare delle articolazioni. Continua a danzare anche quando la pelle di silicone inizia a cadere, staccandosi dallo scheletro di ferro; continua a danzare anche quando il braccio destro si stacca dal corpo e cosi il piede sinistro. Continua a danzare nonostante i bulloni, i perni, le viti che balzano fuori dal suo corpo artificiale saettando nell’aria come proiettili. Continua a danzare fino a quando cade al suolo, con il viso piantato a terra, la guancia aderente al legno e gli occhi puntati verso la platea, vuota. Nessuno è lì ad assistere al suo ultimo spettacolo. Nessuno ha pianto per il suo requiem.
Non balla più e muore dimenticata. Questo è il destino di una macchina: essere gettati quando non si ha più uno scopo.

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