In un’altra vita, quando saremo due gatti

Lei era già lì quando salii sul treno. Parlava con un ragazzo, la sua voce era coperta dal rumore assordante della metro, non riuscii a sentire le sue parole ma mi sembrò comunque melodiosa. Il suo corpo esile, poggiato al tubo di ferro al centro del vagone, era bellissimo, candido. Non l’avevo vista in faccia, la posizione e le persone che si frapponevano tra me e lei me lo impedivano, ma i suoi capelli chiari raccolti dietro la testa in una coda, erano le quinte aperte di un teatro: mi svelavano le piccole orecchie e la sua guancia sinistra, gli zigomi alti. Mi dava le spalle, erano scoperte per metà. La linea della schiena formava, in quella posizione, un’onda sinuosa, una curva leggera che arrivava alle natiche. Il mio sguardo la seguì osservandola per intero, accarezzando avidamente la stoffa del suo vestito rosso, un pezzo unico, di cotone, lungo fino alle caviglie. I miei occhi bramosi la spiavano silenti, prima andando verso il basso e poi, a poco a poco, risalendo. Sotto l’attaccatura del collo, una scritta, un tatuaggio: “In un’altra vita, quando saremo gatti”.

Non vidi altro di lei. Non seppi il suo nome. Non seppi se quel ragazzo con cui stava parlando fosse il suo uomo o semplicemente un amico. Scesero insieme tre fermate dopo. Non l’avrei mai più rivista, ne ero certo. Avevo perso la mia occasione. Quella scritta, però, era una promessa futura. Un appiglio. Un messaggio criptato che aveva deciso di lasciarmi, tatuato sul suo corpo in modo che potessi vederlo e non perdere completamente le speranze. Come se già avesse saputo, come se tutto fosse già stato scritto. Fantasia. Sarebbe stato bello fosse andata così per davvero.

Non l’avrei mai più rivista.

Ecco, mi ero innamorato nuovamente. Accadeva spesso. Infatuazioni, piccole libertà che concedevo alla mia mente stanca, al mio cuore schiacciato. Era il mio modo per evadere: immaginare l’alternativa, le infinite possibilità che avrei potuto cogliere, le innumerevoli strade che mi si prospettavano innanzi, a portata di mano eppure così distanti. Limitarmi ad immaginare. Vagavo per ore, perso, tra l’intreccio labirintico dei miei pensieri che non faceva altro che ingarbugliarsi sempre più, spingendomi a piccoli ma decisi passi verso la perdizione, verso l’estraneazione, verso la solitudine. Quello che avevo non mi bastava. Desideravo qualcosa di nuovo, di eccitante, d’improvviso. Ogni istante la brama di nuove esperienze mi tormentava, ma ancor di più mi struggeva la mia inettitudine nel cogliere le occasioni, nel saper crearle. Volevo qualcosa che non avrei avuto il coraggio di vivere poiché troppo vigliacco, timido, impaurito. Da cosa poi? Non riuscivo ad uscire dal mio cerchio sicuro, dalla mia fortezza personale, fatta di gesti ripetitivi, obiettivi già stabiliti dalla normale continuità dell’esistenza che avevo indossato. Non riuscivo a rivoluzionare la mia vita, come tanti altri. Era la mia condanna, la mia pecca. Ma ero io. Avrei dovuto accettarmi.

Invece no, non volevo, e per questo continuavo a farmi del male, come un uomo che pur sapendo di sbagliare continua imperterrito a commettere lo stesso errore, convinto che ogni volta sarà diverso.

Le cose non cambiano, la nostra naturale predisposizione non muterà mai. Chi nasce senza coraggio muore accontentandosi.

Scesi dalla metro, mi avviai verso casa, pensando alla ragazza e al suo tatuaggio. Non avevamo scambiato nemmeno una frase, o uno sguardo, ma quella scritta mi aveva parlato. Chissà se mentre la leggevo, aveva sentito i miei occhi sfiorarle la schiena. Nel tempo in cui la osservai aveva poggiato la sua mano sinistra sulla spalla destra, come a proteggersi dal freddo. Forse l’avevo raggiunta. Probabilmente no. Vagavo ancora.

“In un’altra vita, quando saremo gatti”. Quante volte avevo detto parole simili a questa frase, quante volte avevo rimandato la mia vita ad un altro momento, quante volte, in passato, avevo sperato che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato e avrei avuto il coraggio di raggiungere e prendere ciò che davvero desideravo. Quante volte avevo sognato di non accontentarmi. Quante volte avevo sognato di tornare indietro, di compiere una scelta diversa, per poi rassegnarmi lasciando che le intenzioni e il desiderio si appagassero con un simile palliativo: la promessa di una vita futura in cui avrei avuto il coraggio di vivere davvero. Una promessa, nulla più.
Pensai a Martina, a quando quella volta, seduti in riva al mare, ci guardammo, le mani vicine, senza il coraggio di andare avanti. Pensai alle parole che non ci eravamo detti e agli sguardi che ci avevano messi a nudo, ai nostri cuori rimasti distanti, già impegnati e all’amore che rimandammo a mai più. Pensai a Federico, a quando ci salutammo in aeroporto, convinti che un domani saremo tornati a suonare insieme. Pensai alla sua vita e a dove lo aveva portato, mentre io restavo fermo, immobile, nel mio guscio. Pensai al fatto che le nostre note si sarebbero intrecciate ancora, magari tra centinaia di anni. Pensai a Michela, al rimpianto, a quel bacio che non le avevo dato prima che la malattia la consumasse. Pensai a mio padre, l’uomo che avevo così tanto disprezzato, l’uomo che avevo così tanto amato, senza riuscire mai a capirlo. Pensai a mia madre, morta di dolore quando lui se ne andò e alle mie braccia che non erano riuscite a stringerla per consolarla. Pensai a me, e a tutte le volte che mi ero ripetuto “In futuro cambierà, ce la farai”, potrai rimediare in un’altra vita. Pensai a quella ragazza, sconosciuta, e al suo tatuaggio, alla promessa che custodiva. A quell’ennesima occasione persa.

Camminavo da un’ora oramai, avevo superato casa mia, andando sempre avanti senza voltarmi indietro, incurante di dove i miei piedi mi stessero portando. Ad un tratto mi sentii stanco, come colto da un peso insostenibile sul cuore. Tutti quei ricordi, tutte quelle sensazioni, le volte che non ero stato abbastanza risoluto da cambiare il corso dei miei eventi, le volte in cui non avevo avuto abbastanza forza, avevano aperto nuovamente ferite che credevo rimarginate. Avevo permesso a quelle memorie di tornare prepotenti, di nuovo, per colpirmi. La colpa era di quella ragazza, della sua pelle di neve, del suo collo liscio, del suo messaggio. Mi sentii mancare, le gambe cedettero. Mi sedetti per terra, al centro del marciapiede, incurante dei passanti. Respiravo affannosamente, era forse il principio di un attacco di panico?

Mentre cercavo di recuperare le forze, ad occhi chiusi, mi apparve in mente di nuovo quella scritta “In un’altra vita, quando saremo gatti”. Non volevo più aspettare. Sentivo di non poterlo più fare.

Mi dissi che se dovevo vivere tutta la vita aspettando di diventare un felino tanto valeva che mi fermassi per sempre. Lì, per terra. Attesi immobile, non so precisamente cosa. Forse un segno, forse una mano, forse niente. Attesi, come chi non ha altre possibilità che restare fermo e aspettare che le cose accadano per caso, senza controllo, solo perché devono.

Immaginai che sarebbe stato bellissimo se quella ragazza fosse passata di lì per caso, mi avesse visto e incuriosita si fosse fermata. Lo desiderai con tutte le forze. Qualcosa d’inaspettato che mi costringesse ad alzare lo sguardo, che mi riempisse nuovamente gli occhi, che mi tirasse fuori da quella condizione d’immobilità, di stupida paura, di vigliaccheria. Non avevo più la forza per muovermi, ma potevo ancora sognare, mi rimaneva solo quello. Solo l’immaginazione. Mi sarebbe dovuta bastare.

«Ciao, cosa ci fai qui per terra?»
«Aspetto.»
«Posso sedermi ad aspettare con te?»
«Certo.»

Lei si siede, è notte. Allunga la mano, e prende la mia. Ci crogioliamo in quel contatto.
Soffia un po’ di vento.
La guardo.
Lei mi guarda. Sorride. Apre la bocca per parlare.
Mi dice:
«Miao.»

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9 thoughts on “In un’altra vita, quando saremo due gatti

  1. “Chi nasce senza coraggio muore accontentandosi”. Mi sono sempre vantata di essere una persona coraggiosa, eppure e quell’eppure che mi ha sempre fregato. Coraggiosa in alcune cose ma non coraggiosa fino in fondo, nella vita e sempre con il senno di poi.
    Con il senno di poi mi sono resa conto di non essermi goduta la felicità degli anni passati e di aver sempre aspettato che qualcosa di meraviglioso accadesse rimandando la felicità ad un futuro non ben definito.
    In un prossimo mio post, rimanderò al tuo post citandoti e ti “ruberò” la frase sul coraggio.

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