La lingua governa il mondo

Stamattina mi sono svegliato e ti ho detto buongiorno. Come al solito. Eri splendida anche senza trucco. Avevi già gli occhi sbarrati, ti sei innervosita nel sentirmi parlare. Di certo non mi hai capito. Avrai pensato avessi detto altro, ma era solo un buongiorno. La stessa parola di sempre, quella che ti faceva sorridere.
Ma oggi no. Ti sei alzata furiosa, e allontanata dal letto. Lontano da me.

Ti ho seguito in cucina anche se avevo ancora sonno, scocciato, e ti ho chiesto cos’hai, ma non so perché, nel sentirmi parlare ti sei offesa di più. Mi hai voltato le spalle, fanculo mi hai detto, e ti ho sentito piangere piano. Soffocavi le lacrime nascondendole dietro le ciglia. Le tue cazzo di ciglia lunghissime. Perché, perché, perché? Non capivo. Cosa cazzo avevo fatto di sbagliato? Qual era il problema? Cose da donne? Erano già quei giorni lì? Magari era stato un errore di comunicazione, forse non sentivi bene le mie parole. Ci ho riprovato.

Ti ho toccato la spalla e chiesto scusa, per qualsiasi cosa avessi fatto o detto, anche se non avevo fatto o detto niente. Con rabbia mi hai allontanato dandomi uno schiaffo. Stronzo. Così mi hai chiamato. E non capivo. Continuavo a non capire. Io parlavo e tu capovolgevi ciò che dicevo. Appena sveglio avevo già dovuto affrontare, o sopportare, questa tragedia insensata. Cosa era successo? Cosa? Le mie parole avevano cambiato senso? Avevano mutato il loro significato? Almeno prima di prendere tale iniziativa, avrebbero potuto avvertirmi. È ovvio che se penso qualcosa ma dico tutt’altro non mi comprendi e tutto va a puttane. Così è andata. E tu mi hai odiato. Per colpa loro. Delle parole.

Avevo la lingua al contrario? Chiedevo scusa e in realtà ti chiamavo troia? Il mio buongiorno era forse un fanculo? Avevo pensato di dirti ti amo. Magari la situazione si risolveva. Ma meglio star zitto. Chissà cosa avresti potuto intendere e in che modo potevi reagire. Non capivo. Non sapendo cosa fosse accaduto, meglio star zitto.

Ti ho visto fare la valigia, prendevi le tue cose e con furia le gettavi alla rinfusa lì dentro. Eri pronta ad andartene e non capivo perché. Non potevo accettarlo. Non potevo, non potevo, non potevo. Non così. Dove cazzo volevi andare? E poi perché? Senza spiegarmi e dirmi niente? Io ti amavo e non potevi lasciarmi così, per delle stupide parole. Per colpa della mia lingua.

Ti ho preso il polso, l’ho stretto forte. Troppo. Hai urlato di dolore, ma io volevo tenerti con me. Mi hai guardato e mi hai gridato contro. Lasciami. Ed io mi sono arrabbiato e urlato di rimando, esasperato. Ti ho chiamata stronza e ti sei fermata. Mi hai guardato negli occhi e ti sei calmata come se ti avessi detto in una sola parola l’intera essenza del mio amore, quella che in tutto questo tempo non ero riuscito ad esprimere. Che strano. Ironico. Hai aperto le braccia e mi hai baciato sul collo dicendo di amarmi. Il significato era quello, il suo.

Ed io non capivo, non capivo, e non capivo ancora. Che stava succedendo? Assurdo. Qualcosa di assurdo.

Il mondo girava al contrario? La lingua funzionava al rovescio? Valeva per tutti? No. Solo per me.

Quel giorno mi ero svegliato con il linguaggio rivoltato come un calzino. Cosa avevo bevuto la sera prima? Cosa diamine mi era accaduto? E perché proprio a me?

Se dicevo sì era no, se dicevo no era sì? Se ti chiedevo di passarmi lo zucchero mi avresti lanciato il sale? Com’era possibile? Avrei dovuto continuare così per sempre? Come avrei fatto ad abituarmici? Mi assalì il panico.

Avrei dovuto chiamare i piatti, bicchieri, e le forchette, coltelli, e i cucchiai? Forbici? Come avrei fatto a farmi capire? Sempre a pensare al contrario per dire qualcosa. Avrei finito per non capirmi da solo. Sarei impazzito dietro i capricci della lingua. Non era possibile. Più ci pensavo e più mi sembrava folle. Più mi sembrava folle e più non respiravo, mi sentivo morire, venir meno. Come dovevo chiamarti? L’unica donna che abbia mai amato. Come potevo insultarti per farti capire ciò che provavo per te?

Mi sono allontanato in preda al terrore. Mi hai detto cos’hai. Cosa avrei dovuto dire? Niente? Avresti capito altro. Dovevo dire tutto? La parola giusta qual era? Dovevo offenderti per essere gentile? Non avrei mai potuto.

Ho guardato la finestra, che forse ora avrei dovuto chiamare porta, e ho iniziato a correre verso di lei. Questa follia doveva finire immediatamente. Drasticamente. Non avrei potuto vivere un secondo di più in questo modo. La follia era impossibile da sostenere, il cervello che si muove all’impazzata per star dietro gli avvenimenti, lo shock di dover accettare una situazione del genere era troppo violento. Non potevo sopportare il disagio di convertire ogni pensiero e ogni parola, la paura di sbagliare e rovinare tutto.

Mi sarei gettato dal balcone di casa, all’ultimo piano, che quindi doveva essere il pian terreno. Mi sarei suicidato e sarei morto. Ma se per intendere morte ora dovevo usare la parola vita, anche il suo significato sarebbe mutato? Quindi se morivo sarei nato di nuovo?

Mentre me lo chiedevo mi son lanciato. Ho pensato, in quegli istanti di vuoto, che se cambia il senso delle parole, se cambia il linguaggio, ogni cosa muta. Cambia il mondo. Perché non c’è mondo senza lingua e il mondo cambia in base al linguaggio. La lingua governa il mondo.

Avevo ragione o era solo una fantasia della mia mente confusa?

Magari tutto ciò che avevo vissuto quella mattina altro non era che un sogno e cadendo mi sarei svegliato? Pensavo, quasi credendoci. Ma se il linguaggio era cambiato allora il sogno sarebbe stato la realtà. Cazzo.

Caddi.

L’asfalto era duro e sporco del mio sangue. Rimpicciolii sempre di più. Regredendo.

Dopo solo buio, e quindi, luce.

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