Recensione: I Botanici – Solstizio – per Music Coast To Coast

Si parla di un disco atipico. Il primo colore che viene in mente ascoltando la traccia numero uno di Solstizio de I Botanici è il blu, il freddo e gelido blu invernale. Quando si clicca play e le chitarre iniziano a graffiare i timpani, si prova una strana, indecifrabile sensazione di freddo interiore, come se nudi ci trovassimo a fare i conti con una tempesta di neve e ghiaccio.

È Solstizio d’inverno, è il gelo che le parole, a fine brano, di Mirko Di Fonso rimarcano con pacata rabbia.

Così comincia Solstizio, il primo disco de I Botanici, band campana originaria del beneventano, dettaglio che fa onore ai quattro ragazzi che fuori dal centro della scena napoletana, patria di tutta la musica che sopravvive, sono riusciti ad emergere quel po’ che basta a farsi un nome nell’atmosfera indie regionale agitando abbastanza i tentacoli da colpire anche il resto della nazione in piccoli isolati centri. Registrato presso il Donkey Studio a Medicina (BO), masterizzato da Francesco Brini presso lo Spectrum Studio di Bologna, Solstizio si compone di otto tracce che hanno visto la partecipazione di Alberto Bebo Guidetti (voce su Tenda per due), Enrico Carrot Roberto (synth su Io non credo), Hyppo Nicola Roda (chitarra su Solstizio d’inverno e Magari sì).

Solstizio è un disco pensato e registrato in un’ottica prettamente live. Lo si percepisce già dalla seconda traccia, C’avremo tanto da fare, dove l’ambiente si fa più crudo, il suono scarno e minimale – secondo il classico, rassicurante, stile punk. Le chitarre spinte al massimo della loro forza, il basso in attivo che gode nel far sentire i colpi di plettro, la batteria che galoppa senza sosta. Le distorsioni e gli overdrive che creano un muro sonoro impenetrabile anche per le parole di Mirko, basta ascoltare la quarta traccia Amori botanici. Filtrate da questa rete a maglie strette fatta di sonorità punk rock, le lirycs rischiano di perdersi. Rischio attenuato dalla tendenza dei testi ad essere melodicamente, ritmicamente e letteralmente ripetitivi e a far da eco di se stessi. Arma a doppio taglio: tale ripetitività se da un lato garantisce che il messaggio riesca comunque, in qualche modo, ad arrivare all’ascoltatore, superando i limiti (autoimposti?), dall’altro, dopo poco, stucca notevolmente.

L’articolo continua su Music Coast To Coast

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