Intervista a Massimo De Vita, Blindur – per MCTC

Dopo un primo appuntamento telefonico andato male con Massimo dei Blindur, fissato un nuovo giorno, riusciamo finalmente a parlare. Io e Massimo ci siamo incontrati qualche volta dal vivo, ma per recensioni e interviste abbiamo già avuto a che fare l’uno con l’altro. Ci conosciamo insomma. Il tono è buono, sereno. Lui è una persona estremamente umile e affabile. Mi dà una brutta notizia. Era la mattina del 12 gennaio. Qualche minuto di silenzio e poi inizia l’intervista.

– Cominciamo subito parlando di un dettaglio tecnico del disco: il nome. So che si tratta di una domanda alquanto banale, ma credo che una spiegazione al perché questo nome, dato che anche il disco è stato battezzato così, sia utile.

Quando abbiamo scelto il nome desideravo fosse incisivo, di una sola parola, qualcosa che fosse molto forte e che mi appartenesse personalmente. Allo stesso tempo volevo qualcosa di ermetico, con una storia dietro, un po’ dadaista. Dopo diversi confronti, anche abbastanza importanti, la risposta è giunta dal mio compagno di viaggio, Michelangelo. Propose la parola cieco in finlandese. Parola strana, bizzarra ma che al suo interno aveva tutto. Il disco prende lo stesso nome perché effettivamente descrive noi stessi. È una sintesi di ciò che siamo stati in tanti anni.

 – Il disco racconta molte storie, tante e diverse tra loro. Racconta le vite di tante persone, basta pensare a Vanny o a Canzone per Alex, canzone dedicata ad Alex Schwarzer, e che s’interessa non tanto dello scandalo in sé quanto sulle motivazioni interiori dell’atleta, i suoi sentimenti. L’esigenza di dipingere questi scorci di vita, questi quadri, da dove viene? Da esperienze vissute personalmente o da fantasia personali?

C’è da dire, in primis, che alcune storie anche se appartengono ad altri sono anche le mie. Quando scrivi parli dei cazzi tuoi. Anche se ci metti la fantasia le tue esperienze contanto, e tanto. Nel caso di Canzone per Alex, c’è il fatto che la sua vicenda ha scatenato in me emozioni contrastanti, mi sono chiesto: come avrei reagito io? Cosa avrei fatto? C’è un meccanismo di identificazione molto forte. Vanny invece è un amico storico, a quei tempi avevamo tutti il sogno di andare via, di scappare, di avere il coraggio di farlo. Lui è andato via per davvero e si è portato un pezzo di me che ora rivive nella sua canzone.

L’intervista continua su Music Coast To Coast

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