26 Dicembre: la poetica del rimasuglio – per Terre di Campania

Perché il 26 dicembre, come dice mia nonna, è “peccato” se non si mangia ciò che è stato cucinato nei giorni precedenti.

Vorrei iniziare il discorso con una definizione, probabilmente banale e inutile, ma non si può mai sapere.

Cos’è il rimasuglio?

Il rimasuglio è l’avanzo, ciò che resta, in piccole (o grandi) quantità di qualcosa. Ma il rimasuglio, durante le festività natalizie, ha un significato più: diventa un dovere, un dogma, un Dio a cui, il nostro stomaco, si piega. Il rimasuglio è la somma degli eccessi natalizi, è tutto ciò che le povere pance dei trenta parenti invitati, non sono riuscite ad ingurgitare. È l’orgoglio della nonna, la sua ragione di vita dopo la mazzetta del 25 dicembre, la sua occasione di rivalsa nei confronti dei nipoti, delle nuore, dei figli. Il momento della vittoria. Il rimasuglio è un collante che tiene unite le tradizioni e le feste, legando indissolubilmente la due giorni (24-25) all’altro appuntamento festivo-culinario che si svolge a fine anno tra il 31 dicembre e il primo gennaio.

L’articolo continua su Terre di Campania

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