Piuma di Corvo

– Piuma di Corvo vestito di niente, se non delle penne degli uccelli neri come la notte, la notte fredda in cui tremava nell’indifferenza di tutta la gente. Piuma di Corvo penna lucente scriveva d’amore senza l’inchiostro. Piuma di Corvo innamorato, Piuma di Corvo se n’è andato, morto stecchito di gelo e di fame per il suo amore finito male. Piuma di Corvo scrisse parole d’amore, inutili, vane, perse nel vento, Piuma di Corvo morì d’amore, senza un sorriso urlando nel tempo.-
Cantavano così i bambini in coro nel centro della piazza di Brenna, tenendosi per mano e saltellando intorno alla grande statua di pietra posta lì da tempo immemore. Lo ricordo come se fosse ieri. Era un bel giorno e il sole era alto, l’orologio del campanile della chiesa suonava le undici, le donne del paese si recavano, come in processione, verso la grande piazza, centro di tutto il comune, dove c’era la chiesa, le botteghe e lo spazio per gli ambulanti che venivano, una volta alla settimana, dai paesi vicini per vendere le proprie merci al mercato. La piazza di Brenna era molto grande e circolare, fatta di mattoni rossi a lisca di pesce intervallati da venature di marmo bianco che partivano dagli edifici tutt’intorno per poi congiungersi verso il grande corvo di pietra scolpito e posto al centro di essa. Ero solo una bambina allora. Avevo solo otto anni quando mia nonna mi raccontò di Piuma di Corvo, sentivo spesso la filastrocca che quel giorno, come una cantilena, echeggiava nella piazza, ma non ne conoscevo la storia. Mentre la nonna, mi teneva per mano, portandomi con sé al mercato, pensavo: “chi sarà mai Piuma di Corvo? Un famoso guerriero? Un grande eroe?”. Ogni volta che provavo a chiedere ai ragazzi più grandi, che ripetevano a memoria la filastrocca, chi fosse quell’uomo di cui cantavano, ridevano prendendomi in giro.
– Non sai chi è Piuma di Corvo? –
– Allora non sai davvero nulla, sei troppo piccola…-
– Piuma di Corvo era un uomo, col potere di diventare un grande uccello.-

Tutti mi raccontavano la loro versione, chi aggiungendo un pizzico di fantasia, chi limitandosi a poche parole, molti mi schernivano e non rispondevano. In realtà nessuno di loro sapeva veramente chi fosse Piuma di Corvo. Camminando sotto il sole cocente, ascoltai nuovamente la filastrocca e il desiderio di conoscere la storia di quell’uomo fu più forte che mai. Guardai mia nonna, la donna silenziosa che mi stringeva forte la mano e che con l’altra portava un grosso cesto di vimini vuoto poggiato sulla testa. Il suo capo era coperto con un velo nero, scuro come il suo vestito; aveva lo sguardo severo e parlava poco. Presi coraggio e le chiesi:
– Nonna, nonna. Ho una domanda da farti e solo tu puoi rispondermi. –

Lei si fermò, mi guardo dall’alto, in controluce; il sole che le faceva da sfondo la rendeva ancora più alta e seria. Non disse nulla, ma fece un cenno col capo ed io capì che avevo il permesso di porre la mia domanda.
– Nonna, vorrei sapere la storia di Piuma di Corvo. Gli altri bambini cantano la filastrocca, e anche io la conosco, ma vorrei conoscere tutta la leggenda. È vero che la grande statua al centro della piazza è dedicata a lui? È vero che era un grande eroe? Quando chiedo a mamma e papà di raccontarmi qualcosa di più non vogliono rispondermi, dicono che sono troppo piccola per capire cose del genere, ma io voglio sapere, voglio sapere a tutti i costi.-

Mia nonna continuò a fissarmi, il suo volto non mutò neanche per un istante, girò il viso guardando la statua di pietra al centro della piazza, poi, quando il suo sguardo tornò su di me incrociando i miei occhi, con un cenno m’invitò seguirla ed io, tenendole la mano, non osai contraddirla. Mi condusse a passi lenti fino al centro della piazza, in direzione della statua. Nel vederla avvicinarsi, i bambini che giocavano lì si bloccarono e indietreggiarono; mia nonna con la sua severità dura e incomprensibile, scatenava spesso reazioni di questo genere, gli adulti non le parlavano, evitandola, mentre i ragazzi di Brenna la temevano, influenzati dal comportamento dei propri genitori, e la chiamavano ingiustamente: la strega. Io non capivo perché. Ai miei occhi non appariva tale, sebbene anch’io ne avessi timore, mia nonna era una persona buona. Lo sapevo. Certo, è vero che non si lasciava andare a gesti affettuosi o a parole dolci, non sorrideva mai e parlava davvero poco, ma non aveva mai fatto del male a nessuno. Gli altri ragazzi del paese ne avevano paura perché non la conoscevano, non sapevano leggere la semplicità e la bontà nascosta dietro i suoi occhi azzurri, mentre io, sua nipote, istintivamente sapevo di potermi fidare di lei, di poterle credere. Tutti pensavano che lei fosse una persona cattiva, e che facesse strani sortilegi e magie all’interno della sua stanza. Io lì non ero mai entrata, lei non me lo permetteva, eppure non avevo alcuna paura della sua figura. Sapevo di essere al sicuro camminando con lei. Guardò i ragazzi in fuga; alcuni mentre scappavano via urlavano “via, è la strega, correte o vi trasformerà in bestie”, lei non badò a quelle parole, alzò le spalle e mi fece segno di guardare attentamente la statua. Alla base della pietra una piccola incisione, lì puntava il dito di mia nonna. C’era scritto:

“Piuma di Corvo, morto d’amore”.

Lessi la breve frase più volte nella mia testa, dopo qualche secondo mi voltai e chiesi:
– Ti prego, raccontami tutto.-

Lei mi guardò intensamente negli occhi, per cercare di capire se la mia fosse solo una curiosità passeggera o bramosia vera di conoscenza. Di certo comprese che la mia sete di sapere era profonda, come le radici di un albero millenario, forte come il desiderio dei bambini di non crescere mai. Ero pronta, e lei lo percepì. Allungò una mano verso di me, non ebbi paura, la poggiò sulla mia testa e cominciò il racconto.
– Piuma di Corvo era un uomo vissuto molti anni fa, troppi anni fa. Era un povero vagabondo senza un soldo, senza un tetto e senza un pasto caldo neanche d’inverno. Non era di questo villaggio, veniva da lontano, da fuori, e nessuno conosce la sua storia prima dell’attimo in cui mise piede a Brenna. Nemmeno io. Piuma di Corvo veniva chiamato così perché l’unico indumento che indossava era uno povero mantello fatto di piume di quell’animale, era nero come la notte e brillava di luce riflessa quando il sole o, meglio ancora, i raggi della luna lo illuminavano. Non possedeva altro.-
– Come viveva? Per strada? Perché nessuno lo aiutava? Da dove… –

Mi zittì. Mia nonna, infastidita dalla mia interruzione, stava guardandomi con occhi decisamente severi, terribili. In quel momento ebbi l’impressione che il cielo, prima perfettamente limpido, si stesse oscurando. In quel momento ebbi paura.
– Mai dovrai interrompere la storia, mai. Trattieni la tua curiosità ragazzina, tutto ciò che potrai sapere lo conoscerai, di questo puoi star certa. Ora ascolta e non interrompermi più.-

La sensazione oscura svanì con le sue parole. Non dissi nulla, annuì con la testa tremante. Lei, soddisfatta, continuò il suo racconto.
– Non aveva altro se non il suo mantello. Quando qualcuno del villaggio gli chiedeva da dove venisse e perché indossasse quello strano abito lui rispondeva sorridendo, dicendo di essere un corvo tramutato in umano e che quelle non erano altro che le sue piume. Un corvo non può perdere le proprie piume, mai. A causa di queste sue risposte strampalate e per colpa dei suoi modi di fare poco consoni alla vita di un paese all’antica come Brenna, Piuma di Corvo, veniva ignorato e trattato con indifferenza, evitato dagli adulti, temuto dai bambini. Non era un uomo cattivo, non fece mai del male a nessuno, ma spesso accade che l’essere umano tratti con disprezzo ciò che non può comprendere, e la mente di Piuma di Corvo non poteva essere capita da coloro che non erano capaci di aprire la propria. Era un vagabondo senza pensieri o responsabilità, uno spirito libero abituato a volare indisturbato ovunque il suo cuore lo portasse, un essere sopra le righe. Per questi motivi venne escluso, costretto a vivere ai margini, ad elemosinare sempre col sorriso un briciolo di pane, a vivere dei rifiuti di persone più fortunate, a dormire rannicchiato sotto i porticati nella speranza di non morir di freddo. Nessuno voleva avere a che fare con lui. Per fortuna aveva il suo bel mantello che lo copriva per intero, riscaldandolo a sufficienza da permettergli di non passare a miglior vita. Piuma di Corvo trascorreva così la sua esistenza, sfuggendo la morte, respirando ogni istante vissuto in più benedicendolo, godendo di ciò che lo circondava, nutrendosi della bellezza e della piacevolezza dell’esistenza altrui, senza pensar mai alla decadenza della propria. Nessuno lo sentì mai lamentarsi, nessuno lo vide mai piangere, solo di notte, nei giorni di luna piena si comportava in modo strano; saliva sul campanile della chiesa, quello con la grande campana, e da lì per tutta la notte, incurante del freddo, guardava la luna appollaiato sui parapetti della torre. In quelle occasioni il suo mantello di piume brillava ancora di più e dai suoi occhi cadeva qualche piccola lacrima malinconica. Era bellissimo.
Accadde che un giorno, arrivò a Brenna una carovana di gitani provenienti dall’est, e tra di loro si diceva vi fosse una strega, una donna in grado di controllare e mutare le forme della natura secondo la propria volontà. I gitani erano soliti passare per la nostra città in cerca di commercianti a cui vendere i propri prodotti, le proprie erbe medicinali e le pelli dell’est che solo loro erano in grado di conciare così bene. La carovana si sarebbe fermata in città per un mese intero, accampandosi ai margini della campagna, per vendere la propria merce nei giorni di mercato. Accadde che assieme a quella carovana arrivò a Brenna anche una carrozza imponente, interamente decorata e rifinita di patine dorate, costruita in legno massiccio e trainata da ben quattro cavalli di razza. Doveva esser di certo il mezzo di trasporto di qualche nobile proveniente dalla capitale. La carrozza in questione apparteneva ad una famiglia di nobili origini, di certo imparentata con gli antichi Conti di Brenna, i Dalaver. Nello sfarzoso veicolo viaggiava una fanciulla, accompagnata dalla sua fedele ancella, giunta a Brenna per trascorrere il mese di maggio nel clima favorevole della nostra collina. Al suo arrivo in città, sia per la novità, sia per la concomitanza con il noto soggiungere dei gitani, tutta la popolazione di Brenna era presente, e anche Piuma di Corvo, incuriosito dalla folla si avvicinò alla piazza centrale. Questa piazza. Vide scendere, come tutti gli altri, la nobile fanciulla e la ammirò: aveva lunghi boccoli dorati che le scendevano fin sulle spalle coprendo il raffinato vestito azzurro che portava indosso, le gambe, lunghe e delicate, erano bianche come la neve, nude e bellissime. Scendendo piano la scaletta della propria carrozza con l’aiuto del cocchiere, osservava con malizia attraverso i suoi occhi verdi, simili a smeraldi, la massa di persone accumulatasi lì in piazza, sorrideva mostrando il suo largo sorriso bianco incorniciato da sottili ma perfette labbra rosee. Le persone radunate lì, assistevano in silenzio allo spettacolo inusuale e raro che stava accadendo proprio in quella piazza, stupite dall’esistenza di una bellezza simile. Solo i gitani sembravano essere immuni a tale splendore, e continuavano senza sosta il proprio lavoro, scaricando sulle mattonelle rosse della piazza le proprie merci. La donna gitana, che aveva la nomea di essere una fattucchiera, immobile, a dispetto degli altri, osservava la carrozza, ma i suoi occhi non si fermarono sulla bellezza della fanciulla bionda, bensì su Piuma di Corvo, che a passi lenti ma decisi, con la bocca aguzza, simile ad un becco, le dita nere delle mani e dei piedi, e il suo splendente manto corvino, si avvicinava alla carrozza ammirando estasiato la delicatezza e l’armonia della donna appena uscita dal veicolo. Il resto della gente si accorse di lui solo quando prese tra le mani il palmo sinistro della nobile e si piegò in ginocchio. Tanta era l’indifferenza che erano soliti riservargli che non si accorsero neppure del suo lento pellegrinaggio, iniziato dal buco in cui aveva trascorso la notte e finito nel paradiso di quelle candide mani. Lo stupore fu immenso, il mormorio grande, la fanciulla però, non si scompose, ma guardò con dolcezza e un sorriso Piuma di Corvo e gli chiese:
-Cosa desideri da me, creatura? Dimmi pure.-

La sua voce era melodiosa, dolce e morbida, ma velava una leggera nota stridente, un sibilo serpentino che si celava tra il pallore rosa delle sue labbra. La strega gitana, a sentirla parlare trasalì, colta da una strana sensazione alla schiena, mentre il resto dei presenti, come ammaliati dalle sue parole, quasi fossero un canto affascinante, zittirono le proprie voci per non disturbare o coprire quella soave della donna vestita d’azzurro. La gitana li vide, faccia a faccia, un’istante prima che Piuma di Corvo, sorridendo innamorato, rispondesse alle parole della donna. Guardando attentamente il volto bianco, e gli occhi verdi della fanciulla, la donna dell’est comprese il senso di quella strana sensazione provata prima. Scossa, e piena di sgomento disse fra sé: “è lei, la luna”. Piuma di Corvo intanto, incurante della vera natura della fanciulla, rispose alla sua domanda.
– Cosa voglio, mia signora, solo voi potete concedermelo, non desidero altro, io, umile servo vostro, che dividere la mia vita con voi e lasciare che il vostro splendore illumini per sempre queste piume corvine che indosso. So di non essere degno di voi, della vostra bellezza, della vostra perfezione, ma come avete chiesto ho risposto alla vostra domanda. Osai avvicinarmi così tanto a voi attratto dal bagliore che solo io riesco a vedere e che ricopre interamente il vostro corpo, tanto bello quanto misterioso. La sua lucentezza mi ha stregato e rapito, invitandomi ad avvicinarmi a voi per chiedervi, con imbarazzo e umiltà il vostro amore. Cosa voglio, mia signora, solo voi potete concedermelo. Desidero amarvi, e farei di tutto per avere il vostro consenso. –

La gente radunata in piazza rimase spiazzata, e persino i gitani, intenti nel loro lavoro, si fermarono per un istante, colti dalla stessa spiacevole sensazione della strega. La gente dell’est, sono individui abituati a stregonerie e incantesimi, più vicini alla natura e alle sue forze oscure e per questo riescono a provare sensazioni e vibrazioni che gli altri uomini non possono sentire. Dopo l’iniziale momento di stupore, alcuni dei presenti, immediatamente seguiti dal resto della folla, presero a ridere per le parole di Piuma di Corvo; conoscendolo credevano fosse solo un altro dei suoi deliri. I suoi occhi, però, parlavano chiaro e mentre tutti ridevano a crepapelle schernendolo, la fanciulla bionda sorrise e gli rispose mettendo a tacere l’intera piazza.
– Se vuoi amarmi, dovrai fare una cosa per me, ed io sarò tua.-
– Qualsiasi cosa.- Rispose Piuma di Corvo.
– Scrivi, un milione di parole d’amore, quando avrai consumato abbastanza inchiostro, allora consegnale a me, ed io sarò tua fin quando vivrai. È una promessa.-
Piuma di Corvo, con gli occhi pieni di speranza rispose: – Mia signora, non ho carta né penna, né inchiostro, non so come fare per soddisfare la tua richiesta.-
Lei sorrise, ironica. – Potrai chiedere aiuto agli abitanti di questa città, domandando loro quanto ti occorre.-

La nobile ragazza rise dopo aver pronunciato quelle parole e gli abitanti di Brenna le fecero eco. Piuma di Corvo, ancora una volta subì le risa delle persone, il loro disprezzo, ma non si scoraggiò, anzi, iniziò a ridere a sua volta e disse:
– Ha ragione mia signora, troverò un modo.-

S’inchinò in modo sgraziato portando il mento quasi a terra, si girò e andò via. La gente di Brenna lo guardava curiosa, la fanciulla bionda sorrideva soddisfatta e la gitana sussurrò:
– Pazzo, non sa ciò che sta facendo, devo fermarlo. – Mosse i primi passi per rincorrere il vagabondo, quando una grossa mano la fermò bloccandole la spalla.
– Dimitri.- Disse la donna.
– Yara, non avvicinarti, non sfidarla, non sei abbastanza forte.-
– Ma se non lo farò io, chi lo farà? Quell’uomo sta per essere tratto in inganno, non sa cosa potrebbe accadergli. –
– Quello non è un uomo, lo hai avvertito anche tu. Non so da dove viene, ma non possiamo intervenire. Le leggi degli uomini e le leggi della natura non devono intrecciarsi. Non mostrare il tuo potere, non sfidare la strega della notte.-

Le lasciò la spalla e passò oltre, Yara, la gitana, non disse una parola, stette immobile, stringendo i pugni, impotente, inutile, debole. Piuma di Corvo era oramai lontano dalla sua vista, la fanciulla bionda, era risalita sulla propria carrozza diretta verso la casa del Duca e la gente, lentamente, abbandonava la piazza. Per tre giorni e tre notti Piuma di Corvo non si vide, per tutto questo tempo la nobile ragazza girò per le strade godendo dell’adorazione e dell’ammirazione degli abitanti di Brenna. Yara, intanto, la osservava da lontano, seguendola mimetizzandosi fra la folla quando usciva di giorno, gli unici momenti in cui ella si vedeva. Di notte nessuno mai l’aveva notata in città, sembrava quasi che non uscisse dopo il tramonto, quasi non potesse. Una mattina, poco dopo l’alba, dal centro della piazza ancora vuota, si levò un urlo disperato e sofferente. Era Piuma di Corvo che chiamava la fanciulla a gran voce.
– Mia signora, mia signora.- Urlava a squarciagola.

La gente di Brenna, i gitani, e anche Yara, attratti dal suono di quelle urla uscirono dalle proprie abitazioni per vedere chi fosse il folle mattiniero che aveva deciso di svegliare tutta la città. Quando scoprirono che quel pazzo era Piuma di Corvo quasi volevano dargli una lezione, ma si trattennero poiché, avvicinandosi, videro l’orribile spettacolo innanzi a loro. Piuma di Corvo era in ginocchio, nudo, tremante, ricoperto di sangue e ferite, il suo corpo rosso per il fluido caldo che ancora gli scorreva sulla pelle, brillava al sole. Accanto a lui, sporche di sangue, poggiate per terra in ordine sparso, le piume splendide e nere che prima ricoprivano il suo corpo nudo e dall’altro lato, avvolte in disordine, rotoli di carta, fogli volanti e stracci ricoperti di parole rosse. Soffriva, lì, al centro della piazza, dove ora è posta la sua statua. Soffriva e urlava con tutto il fiato che gli rimaneva in gola, invocando la donna che gli aveva promesso, in cambio di una dura prova, l’amore. Le persone intorno non osarono avvicinarsi, Yara osservava da lontano, impotente. Dopo alcuni attimi la folla si aprì per far passare la fanciulla bionda che, vestita d’azzurro, a testa alta e con passo sicuro si avviava verso Piuma di Corvo, morente. Giunse innanzi a lui e solo allora l’essere nudo smise di urlare. Alzò lo sguardo verso di lei, allungo le mani verso il mucchio di pezzi di carta e glie li porse. Piangendo, disse:
– Ho scritto un milione di parole d’amore per te. Non avevo penne, ho usato le mie, quelle che ricoprivano il mio corpo riscaldandomi; non avevo inchiostro, ho usato il mio sangue, ricco dell’amore che provo per te, mia luna. Ora sono qui, e tu, se mia. Finalmente.-

La fanciulla sorrise, si chinò in ginocchio verso di lui, prendendogli la testa tra le mani senza paura di sporcarsi, avvicinò le labbra alle sue orecchie sanguinanti e gli sussurrò qualcosa che nessuno poté capire. Quando lasciò la presa, si rialzò e Piuma di Corvo tremante, impaurito, e sofferente, la guardò andar via e con un ultimo grido, spirò. Gli abitanti di Brenna osservarono increduli la scena, commossi dal coraggio e dalla forza di Piuma di Corvo; si sentivano in colpa per esser stati così stolti, indifferenti e malvagi con lui, per non avergli donato né penna, né inchiostro, ma soprattutto per non avergli mai regalato una parola d’amore o di comprensione, un pasto caldo, un aiuto. Compresero il proprio errore solo quando lo videro morire. Morire per amore. Si avvicinarono lentamente al suo cadavere, alle sue piume e alla carta che la nobile fanciulla aveva lasciato lì per terra, presero il suo corpo e gli oggetti e li sollevarono in cielo. Alcuni piansero, altri gridavano il suo nome e qualcuno lo chiamava soltanto corvo.

– Hai visto Yara? – Disse Dimitri. – Non ha fatto una buona fine.-
– Era solo un corvo, innamorato della sua padrona, non meritava questa morte.- Rispose la gitana, allontanandosi dalla folla.

La gente di Brenna seppellì il corpo di Piuma di Corvo, ed il governante della città decise di erigere una statua in suo onore: un corvo che ricordasse a tutti le piume di quell’uomo e che facesse da monito, rammentando alle generazioni future che l’indifferenza non sarebbe mai più entrata nei cuori degli abitanti di Brenna, corrompendoli. Questa è la storia di Piuma di Corvo. Questa la sua leggenda. –

Mia nonna finì il racconto, non mi fissò in volto, il suo sguardo era rivolto alla statua. Io rimasi stupita da tutta quella intricata, incredibile vicenda, molte cose mi erano oscure, molte informazioni erano interrotte, alcune persino nascoste. Volevo saperne di più. Chiesi ancora una volta:
– Cosa sussurrò la fanciulla bionda nell’orecchio di Piuma di Corvo? Qualcuno sentì?-

Mia nonna, a sentir quelle parole, volse lo sguardo verso di me, nei suoi occhi un leggero tremolio tradiva la sua commozione.
– Posso dirti cosa disse. La fanciulla pronunciò queste esatte parole: “Stolto, sarò tua fino a quando non morirai, e la tua vita finirà tra pochi istanti. Ma prima che tu possa lasciare questa terra ti dirò chi sono, ti dirò chi è colei che tu così ingenuamente ami. Io sono la Luna, la strega della notte, colei che ammiravi dal campanile della città. Io sono colei che ti ha odiato ogni notte di luna piena, poiché con il tuo manto di piume corvine, rubavi i miei raggi indirizzati a questa terra e ai suoi insulsi e mediocri abitanti, interrompendo il mio dominio. Io sono colei che, gelosa della loro bellezza, infuriata per la tua impudenza, decise di distruggerli e te con essi. Io sono la luna, il tuo amore, la tua padrona, la tua fine. –

Ascoltai ogni parola pronunciata dalla bocca di mia nonna, la crudeltà di quelle frasi mi sconvolse, la loro cattiveria era inaudita, orribile. Piansi. Piansi senza fermarmi, singhiozzando. Mia nonna se ne accorse e solo in quel momento, per la prima volta la vidi sorridere. Allungò una mano verso di me per pulirmi gli occhi dalle lacrime e mi disse:
– Non preoccuparti Yesma, la storia non finisce qui. C’è ancora speranza. Non ti sei chiesta come faccio, io, a conoscere le parole esatte che la strega della notte disse? Le conosco perché le sentì, perché io ero lì. Io ero, sono, Yara, la strega gitana.-

La rivelazione di mia nonna fu così improvvisa che smisi di piangere all’istante, stupita dalle sue parole. Lei, mia nonna, Yara? La gitana, la strega che voleva aiutare Piuma di Corvo? Mia nonna, il personaggio di una leggenda? Non era possibile.
– Ma come? Nonna, se fosse vero tu dovresti essere morta. Non può essere.-
– Io sono Yara, la gitana che vide la morte di Piuma di Corvo, la strega dell’est troppo debole per poterlo salvare, e tu sei mia nipote Yesma, del sangue gitano, del sangue dell’est. Sei speciale come me. Io ero lì, vidi il gesto folle di Piuma di Corvo, la malvagità della strega, il pentimento degli abitanti di Brenna, ero lì quando seppellirono il corpo dell’uomo, quando costruirono questa statua. Ero lì e impotente soffrì insieme a lui. Giurai che prima o poi il mio sangue avrebbe vendicato l’amore stolto di quel povero essere. Giurai di distruggere la strega della notte, la luna, anzi promisi che Piuma di Corvo stesso lo avrebbe fatto. E così sarebbe stato, se il mio potere me lo avesse concesso. Potrai credermi o no, nipote mia, ma le cose stanno così e un giorno comprenderai meglio quanto ti ho detto oggi, scoprirai da te i poteri del nostro sangue e allora ricorderai queste parole, e ricorderai che anche tu hai dei poteri, di certo più forti dei miei. Per questo motivo ho qualcosa da darti. Non credevo sarebbe venuto così preso il tempo in cui ti avrei dato questo cimelio, ma ora che conosci la storia è giusto lo tenga tu.-

Estrasse da sotto la propria veste, in una tasca interna, un piccolo pacchetto di carta legato con dello spago e me lo porse, io, ancora sbigottita e incredula, lo presi tra le mani.
– Cos’è?- Chiesi.
– Non aprirlo ora, ma fallo solo quando sarai pronta, e in quel momento saprai cosa fare. Capirai, nipote mia, Yesma. Confido in te.-

La valanga d’informazioni assurde mi colpì in pieno volto in modo violento. La leggenda, Yara, Piuma di Corvo, mia nonna: una strega? Ed io? Cos’ero? Chi ero? Non sapevo se crederci o meno, presi il pacchetto e lo conservai nel mio tascapane. Quando lo vide al sicuro, mia nonna ritornò quella di sempre, e indossò nuovamente la sua espressione severa. Non mi disse di non parlarne con nessuno, sapeva che non lo avrei fatto e così fu. Si fidava di me, ed io che ero solo una bambina, non volevo deluderla e custodì il segreto, e il pacchetto, fino ad oggi. Fino a questo momento, fino a questo giorno in cui sono tornata a Brenna, in cui sono di nuovo di fronte alla statua di Piuma di Corvo. Finito il ricordo, apro il pacchetto di carta che stringo tra le mani sciogliendo lo spago intorno, al suo interno c’è una piuma, nera, bellissima e sporca di sangue. Sembra vivo, caldo, appena uscito da qualche ferita; guardandolo ogni pezzo va al suo posto, collego tutto: è una delle piume di Piuma di Corvo. Improvvisamente, come una rivelazione, so cosa fare: Piuma di Corvo dovrà tornare a vivere, la strega della notte dovrà pagare per i suoi crimini, per la morte del vagabondo, per la morte di mia nonna. Io compirò la sua vendetta, la rivalsa di Piuma di Corvo. Presi la piuma tra le mani, pronunciai le parole ed eseguii il rituale. Fu un attimo, un lampo verde di pura magia attraversò la mia bocca, le vene e fuoriuscì dalle mie mani e utilizzando la piuma come ponte colpì la statua al centro della piazza, innanzi a me. La magia mi risultò semplice, pur non avendola mai provata prima; i miei poteri erano vasti, più grandi di quelli di mia nonna. La statua si spezzò e dalla pietra, un corvo vivo saltellava vivace; si posò sulla mia spalla, guardandomi con gratitudine. Gli dissi:
– La morte è spezzata, la luna ora è tua. Era una promessa, una promessa di strega e non può essere infranta.-

L’uccello mi guardò per un attimo con i suoi occhi gialli, poggiò il suo becco sulla mia guancia come per ringraziarmi e spiccò il volo verso la luna piena che quella notte brillava nel cielo. Era veloce, più del vento, l’avrebbe di certo raggiunta, l’avrebbe di certo fatta sua.

 

Annunci

One thought on “Piuma di Corvo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...