La ragazza che voleva essere una nuvola

-Vorrei essere una nuvola.

Così disse stringendomi forte la mano mentre guardava il cielo prima stellato e che ora si riempiva velocemente di soffici nuvole. Un oceano immenso di bianchissime nuvole, così dense e vive che sembrava riempissero non solo la volta celeste ma anche gli occhi, il cuore e la mente.

Scosso da quel tocco leggero ma deciso, la sua mano sembrava non aver peso eppure era forte, e da quell’affermazione improvvisa, verità inaspettata, le parole uscirono automaticamente dalla mia bocca, le pronunciai senza rifletterci, senza pensare alle implicazioni e alle responsabilità che tale emissione di fiato avrebbe implicato.

-Ti prometto che farò in modo che tu lo sia: apri il cuore e chiudi gli occhi, verrò con te.

Le stringevo anch’io la mano e le accarezzavo piano le dita col pollice, teneramente. “Ti prometto”, che cosa mi era passato per la testa? Promettere? Un errore imperdonabile; non che io non avessi buone intenzioni nei suoi confronti o non volessi davvero far di tutto per esaudire la sua volontà, solo che non si può mai promettere o giurare qualcosa, non si deve. Promettere implica una responsabilità enorme da sostenere sulle proprie spalle, un peso che non può andare via se non si adempie alla parola data. Una promessa lega per la vita. Tutto ciò, però, non m’importava, ero ben cosciente della situazione, delle implicazioni, delle conseguenze, ma non riuscivo a preoccuparmi come avrei dovuto. Non so per quale motivo, ma avrei fatto di tutto pur di esaudire il suo desiderio. Qualsiasi cosa. Questa era la mia unica certezza.
Cominciò a piovere. Restammo lì, con gli occhi chiusi a lasciarci bagnare. Era bello, ed ogni goccia che cadeva sui nostri visi ci rendeva maggiormente parte di quell’immensa distesa bianca, di quel mare infinito. Panismo naturale: diventare una sola cosa con quelle nuvole.
Respiravo lentamente, regolarmente e sorridevo, ero felice in quel momento, non ero solo, non lo ero più. Questa era un’altra certezza. Quella sera ne stavo acquisendo una dietro l’altra, nell’aria, nella pioggia, c’era odore di novità e di cambiamento, presagio che di lì a breve qualcosa avrebbe scosso la quotidianità e la normalità della mia esistenza. Forse della nostra.
Mentre la pioggia continuava a cadere giù, lenta e incessante, aprì gli occhi, la guardai in volto e la vidi piangere. Le sue lacrime si mescolavano a quelle del cielo: era così dolce, così indifesa eppure sapevo bene che innanzi a me avevo una delle persone più forti al mondo, forse la più forte che avessi mai conosciuto.
Allora qual era il perché di quelle lacrime? Non riuscivo a spiegarmelo. Con lei non potevo.
Non aveva nome, non mi aveva mai detto realmente quale fosse. La conoscevo da sempre, intensamente, profondamente, nell’animo, eppure dopo anni di lei mi sfuggiva ancora l’essenza, il nome che da un senso a tutto. Non conoscevo ancora il suo nome, ma tutto il resto per me era come un libro aperto con le pagine scritte senza lasciar nemmeno un millimetro bianco. Avevo compreso nel tempo ogni paura, ogni forza, ogni sicurezza, ogni incertezza, ma soprattutto il suo desiderio più grande: voleva essere una nuvola ed io l’avrei aiutata a diventare un membro del cielo, lo avrei fatto per non vederla mai più soffrire, per privarmi di quella celestiale visione di dolcezza provocata dal suo dolore.

-Torno subito, aspettami qui, devo allontanarmi solo per pochi istanti. Non temere, tornerò, sarà come un battito di ciglia. Dammi solo un pezzo di te, anche piccolo, ne ho bisogno per il viaggio, te lo renderò a breve.

Lei mi guardò confusa, mi lasciò la mano e annuì. Mi sorrise e disse:

-Prendi, porta questo con te, e torna presto.

Mi porse il suo sorriso ed io lo presi, in questo modo potevo andar via, lontano, fuori dal tempo, l’unica via per poter comprendere il modo giusto per aiutarla. Era questo il mio potere ed ero capace di utilizzarlo da sempre.
Il viaggio durò un attimo, mi ritrovai in uno spazio bianco lontano da tutto e da tutti, intorno a me il nulla, né spazio né tempo. Nella realtà, dall’altro lato, sarebbero passati solo pochi istanti, pochi secondi, invece in questo luogo la sabbia della clessidra era ferma. Potevo restare qui quanto volevo.
Mi sedetti a gambe incrociate, pronto a riflettere, a meditare. Avrei fatto di tutto, me l’ero promesso, avrei fatto qualsiasi cosa, glie lo avevo promesso. Rimasi seduto nel vuoto aspettando che un’idea mi colpisse, che una ventata forte e improvvisa rischiarasse la mia mente, che un’epifania mi cogliesse, ma nulla. Tutto fu inutile, per quanto mi sforzassi nessun’idea mi sfiorava, nessuna soluzione sembrava andar bene: aridità. Il mio cervello era deserto, mi sentivo stupido e buono a nulla, lo sapevo già: stavo per infrangere la mia promessa. Oramai ero deciso ad arrendermi, lo sconforto stava per prendere possesso del mio animo; lentamente l’immenso bianco che mi circondava stava diventando sempre più scuro, nero come la notte, come il buio, come il nulla più assoluto. L’oscurità avanzava pronta a toccare la mia pelle, a ghermire le mie membra, ad inghiottirmi. E così fu, tutto intorno era freddo, gelido, triste, il buio mi aveva oramai inondato, avevo perso ogni speranza, avevo fallito, ma ciò che davvero mi fa faceva male e mi rendeva depresso era che non ero riuscito a mantenere la mia promessa. L’avevo delusa.
Durante queste mie tristi riflessioni una verità agghiacciante mi colpì, come un tuono, un pugno dritto sul naso, una domanda fredda mi scombussolò interamente dentro e fuori: “Da dove veniva tutta questa oscurità?”
La risposta, se possibile, mi provocò sensazioni addirittura peggiori. Tutto quel buio proveniva esclusivamente da me, dai miei dubbi, dalle mie paure, dalla mia incertezza e inconscia volontà di incompletezza. Quel freddo, così innaturale, era quello che segretamente covavo nel profondo del mio cuore, un freddo artico, gelido, che mi scavava dentro per insinuarsi sempre più profondamente; questa esternazione, in un luogo come questo, mi fece comprendere quanto in realtà fossi corrotto dai miei stessi timori: come potevo aiutare lei se non ero capace nemmeno di salvare me stesso e il mio “paradiso” dai miei demoni?
L’oscurità giunge quando e dove meno ce lo aspettiamo, resta acquattata, silenziosa, fino a che non decide il momento giusto per attaccare, e quando lo fa non lascia scampo. Non mi sarei mai aspettato che accadesse ora, eppure così fu. Il buio dentro di me, che credevo di aver sotterrato per sempre sotto metri e metri di terra era tornato forte e aveva distrutto ogni mio proposito, proprio come se le fondamenta delle mie certezze e della mia sicurezza fossero fatte di semplice sabbia.
Proprio nell’attimo in cui avevo deciso di abbandonarmi e perdermi del tutto nell’oblio mi accorsi che fin dal primo momento in cui mi ero isolato in questo mondo ovattato, in quest’assenza di spazio infinita, avevo tenuto la mano destra stretta in un pugno ed ora sentivo dal suo interno qualcosa pulsare. “Un ultimo gesto” pensai, “potrei aprire la mano come ultimo gesto e vedere cosa contiene”.
Lo feci. Aprì la mano e una luce immensa mi sovrastò, cacciò via le tenebre facendole sparire del tutto: il mio cuore si stava liberando nuovamente. Quel bianco splendente proveniva da ciò che stringevo in mano: era il suo sorriso che mi aveva salvato dalle tenebre, ancora una volta, ma questa era diversa. Nella gioia e l’euforia che segue la salvezza sentivo suonare una nota malinconica, triste, come un piccolo residuo, una leggerissima macchia non lavata via. Assieme alla salvezza era giunta la consapevolezza, sapevo cosa fare per esaudire il suo desiderio, solo che mi sarebbe costato caro, molto caro.
Sospirai forte, ma non avevo dubbi, lo avrei fatto. La paura che precedentemente mi aveva colto mi fece capire quanto avrei sofferto se l’avessi delusa, probabilmente molto di più della sofferenza che avrei dovuto affrontare a causa di ciò che stavo per fare. Strinsi al petto il suo sorriso, e grazie alla forza di quel calore, immediatamente, tornai indietro nel tempo reale. Fuori dall’assenza tornai nel mondo pronto a compiere la mia missione, deciso ad andare fino in fondo. Tornato, mi ritrovati al suo fianco, le restituì il sorriso e la guardai negli occhi.

– Sei tornato finalmente.

Mi disse. Sembrava che fosse riuscita a portare il conto dei secondi di cui era durata la mia assenza. I suoi occhi parlavano chiaro.

-Sì, sono tornato ed ora so cosa fare.

La feci alzare, le presi le mani e la guardai come se volessi dirle tutte le cose che non le avevo mai detto, come se volessi farle tutte le domande che non avevo mai avuto il tempo di farle, la guardai con intensità, come si guarda negli occhi la persona che si ama o qualcuno a cui si deve dire addio: con occhi lucidi e distaccati, con la stessa tenerezza con cui il padre saluta il figlio prima di partire, con la stessa consapevolezza di chi rinuncia a qualcosa per un bene più grande. Con il fuoco nelle pupille, cariche di speranza e rassegnazione, con forza, come se quei pochi secondi bastassero a colmare tutte le distanze di questo mondo, tutte le distanze dettate dal tempo, dal caso, dalle situazioni e dalle volontà contrastanti.
La guardai e dissi:

-So come fare, dovrò donarti qualcosa per permetterti di essere una nuvola e di trovare la pace e la stabilità che hai sempre cercato. Ti donerò una cosa, tu non saprai cos’è ma fidati, grazie a questo riuscirai ad essere ciò che hai sempre voluto, riuscirai a diventare ciò che hai sempre desiderato.
-Tu verrai con me? Sarai una nuvola proprio come me?
-Chiudi gli occhi ora. Ci vorrà poco.

Lei li chiuse ed io l’abbracciai, forte, come non mai, senza timidezza. In quell’abbraccio misi tutto: ogni sensazione, ogni voglia, ogni bene, ogni nostalgia, ogni piccola certezza e incertezza. Misi tutto me stesso. Ma il mio vero dono fu un altro: le diedi il mio potere di sparire al di là del tempo, il mio desiderio più grande. Lo feci perché solo in questo modo lei avrebbe potuto esaudire il suo.
Rinunciai quindi alla possibilità di andare fuori dal tempo, con lei, per sempre. Agì senza troppi pensieri, perché per lei avrei potuto rinunciare a qualsiasi cosa, perché nulla contava più di lei, perché nulla era più importante della sua felicità, nemmeno la mia.
Lasciai la presa, sapevo che adesso lei aveva capito.

-Perché?

Mi chiese

-Perché tu sei importante, non io, perché te l’ho promesso, avrei lasciato ogni cosa per te, e così è stato. Ora và.

Le nostre dita furono le ultime a staccarsi, poi spiccò il volo, prima lentamente e poi ad una grande velocità, ed io la osservai salire oltre il cielo senza voltarsi mai. Mentre saliva vidi cadere due piccole perle azzurre, erano due lacrime; le raccolsi e le feci mie per sempre. Erano l’ultimo ricordo di lei che mi restava, che potevo ancora stringere tra le dita nonostante la sua incredibile e inafferrabile libertà.
Ma lei aveva trovato la pace, era serena e finalmente era ciò che voleva. Non potevo far altro che sorridere per lei. Solo non riuscivo a spiegarmi il perché di quelle due perle azzurre.

 

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