Livia

Ogni notte accade sempre allo stesso modo: chiudo gli occhi e inizio il mio viaggio onirico, il mio sogno ha sempre lo stesso punto di partenza, sempre lo stesso inizio. Ogni volta mi ritrovo sempre nella stessa casa, nella stessa stanza illuminata da raggi di luce che con violenza irrompono all’interno attraverso quell’unica finestra vecchia e dal legno marcio posta in alto sulla parete.
Li osservo entrare e colpire il pavimento, devono trovarsi lì per qualche motivo, devono avere un compito preciso, quei raggi si trovano lì per illuminare qualcosa di specifico, di eccezionale; lo sento, solo che ancora non so cosa. Il sogno non mi ha ancora concesso di scoprirlo.
Tutto inizia allo stesso modo, ma ogni volta il mio viaggio è differente: a volte continua fuori da queste vecchie mura, altre volte si svolge all’interno di esse, ma non so mai di preciso cosa mi aspetta.
Accade sempre inconsciamente e quando poi mi accorgo che è già tutto iniziato mi sento leggero, ogni cosa perde significato, tutto ciò che non appartiene al sogno perde consistenza, perde importanza, la realtà non ha più senso, nulla è più importante, conta solo ed unicamente perdersi, mettere un piede avanti all’altro e incamminarsi fiduciosamente verso l’ignoto. La fiducia verrà sempre ripagata.
Succede sempre così, ma questa volta provo una sensazione del tutto nuova: qualcosa di diverso accadrà. Sono lì, come sempre, nella stanza, c’è sempre la finestra con i suoi raggi che anche questa volta non illuminano me. Sono di fronte al vetro aperto, scalzo e vestito di nero, il volto scavato, gli occhi rossi, il fiato corto; le spalle mi fanno male, la schiena è indolenzita e mi tremano le gambe, i miei capelli sono in disordine, i miei occhi sono due punti neri circondati da un alone livido. Come un fantasma, un essere inanimato, attendo. Solitamente con l’inizio del viaggio, mi riscopro una persona nuova e abbandono ogni malessere fisico e mentale che affligge la mia realtà. Non questa volta.
Ora anche in questo mondo, in questo rifugio, sono me stesso: un’ombra di me stesso nuda, inerme, nelle mani del sogno.
Non è mai accaduto così, percepisco la diversità di questo errare rispetto agli altri. L’oscurità cala sul mio volto, inghiotte la luce e anche me. La finestra adesso è chiusa ed è tempo per me di abbandonarmi, di lasciarmi andare. È così dolce, così piacevole farsi cullare dalle onde del dolore e dell’autocommiserazione, lentamente mi ricoprono, soavemente mi chiamano ed io sono pronto ad abbassare le difese e a lasciarmi travolgere.
Chiudo gli occhi finalmente, sono pronto a perdermi del tutto. Chiudo gli occhi e proprio in quell’istante la luce diventa più forte e riapro gli occhi di scatto, la luce mi abbaglia e la luminosità dei raggi mi ferisce a tal punto che non riesco a reggere lo sguardo. Ciò che vedo attraverso il nero dei miei occhi e il bianco della luce è quanto di più bello esiste al mondo: tu.
Sei lì, innanzi a me, comparsa dal nulla, come un desiderio realizzato, come una cura cercata da tempo e finalmente trovata. Sei lì, per me, vestita di bianco, con il corpo pallido, il viso ovale e gentile, gli zigomi alti, i capelli castani e gli occhi di chi desidera solo amare e capire, amare e donare. Sei lì per me, per abbattere la mia oscurità, la mia tristezza ed io comprendo che non aspettavo altro.
I nostri sguardi si incrociano e il sollievo è immediato, i nostri cuori si cercano e l’anima si fa più leggera, le nostre mani si cercano e lentamente ci veniamo incontro. Siamo l’uno di fronte all’altra, il tuo cuore mi rassicura, ti chiedo se sei la mia salvezza e con la voce più dolce e sicura che abbia mai sentito mi rispondi che sei il mio bisogno.
Calde lacrime scivolano giù dal mio viso, sono di gioia, quasi non riesco a crederci. Ti sento vicina, mia, stretta a me, dentro di me come un vaccino perfetto per la mia amarezza. Ti stringo a me e le nostre labbra si abbracciano con complicità cercando l’amore su quelle dell’altro, curando le crepe, bevendo il sale che su di esse si posa, sorridendo per la gioia della cura.
Il tempo diventa infinito; è così che ho sempre voluto accadesse e finalmente so cosa dovevano illuminare quei raggi: un patto suggellato nel segreto di un viaggio che non è altro che un sogno, eppure così desiderato, eppure così reale.

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