La prima volta

Mi capita da più notti di fare sempre lo stesso sogno, insistente, ripetitivo; forse è un ricordo oppure semplicemente pura fantasia. So per certo, però, di averlo già fatto in passato.
Comincia con la pioggia che cade lenta, che scende piano dal cielo nero, mi bagna il viso e non ho terrore, ma anzi sono felice, sorrido e sotto quell’infinita coltre grigia allargo le braccia e accolgo quel pianto. Pioggia che lava il mio volto, che purifica lo spirito e l’anima: posso trovarla solo nel sogno; solo qui, dove i prati sono più verdi ed estesi del mare, solo qui, dove i tramonti sono rossi come i capelli delle donne. Questo sogno è un toccasana per la mia anima, pace per il mio spirito, credo che ognuno debba avere una valvola di sfogo, e la mia è proprio questa. Vago con la mente, lascio il mio corpo indietro, più leggero di undici grammi e visito questo luogo, personificazione dell’armonia più totale.
Tutto è lì: la pioggia, il prato, la mia tranquillità. Sorrido, sono felice. Quante persone non sapranno mai di tutto ciò, quanta gente non ha questo potere, questa possibilità. Troppo razionali, pragmatici, troppo poco sentimentali, così scarsamente passionali per poter capire ciò che vivo io.

Ricordo bene la prima volta che intrapresi questo viaggio onirico avevo solo sei anni, ricordo che tutto accadde per puro caso, ero svenuto in seguito ad una caduta in bicicletta: un ramo mi si era impigliato tra i raggi. Ricordo di aver sbattuto la testa, e ricordo mio fratello che, essendo nelle vicinanze, mi portò in ospedale. Rammento che dopo lungo tempo nell’oscurità aprii gli occhi e mi ritrovai in un enorme prato verde; non sentivo alcun dolore, intorno a me un esteso mare verde regnava incontrastato. Il sole caldo mi accarezzava il viso e una brezza leggera mi solleticava la pelle, ricordavo bene di essere caduto e di aver sbattuto la testa, ma non sentivo alcun dolore e sul mio volto non c’erano né segni né sangue. Tutto ciò era molto strano, mi trovavo lì e non avevo idea di come ci fossi arrivato, ne sapevo come avrei fatto per andarmene. Senza idee, e con l’ingenuità che solo un bambino poteva avere, mi alzai e camminai a lungo, sempre nella stessa direzione. Il paesaggio non cambiava, nonostante i moltissimi metri da me percorsi; sembrava come dipinto. Il mio sguardo curioso vagava velocemente in ogni direzione nell’attesa di riuscire a vedere qualcosa di diverso, un qualunque elemento che distinguesse, che smantellasse quella monotonia. Ma all’orizzonte non si vedeva nulla. Ricordai allora le parole di mia madre: “ Quando tutto ti sembra uguale è come se non avessi trovato nulla”. Ricordandole ebbi paura: una grande terribile angoscia mi prese e si impossessò di me. Ovviamente non ero consapevole di quelle emozioni, le ho focalizzate e comprese solo a distanza di anni, quando oramai ero già tornato più volte in quel luogo, ma allora ciò che provai fu una paura irrazionale tanto forte da farmi piangere a dirotto.
Mi fermai dal camminare poiché ero stanco e il pianto mi consumava le forze, mi accorsi che più piangevo, più il panorama intorno cambiava: il cielo era diventato nero e in lontananza si sentiva il rumore dei primi tuoni, il paesaggio cambiò, proprio come avevo segretamente desiderato, ma ciò mi fece solo più paura.
Ed ecco, mentre il mio volto era totalmente rigato di lacrime, apparve innanzi a me un uomo dai capelli rossi, totalmente vestito di verde e che fumava una grossa pipa rossa, non indossava scarpe e sulla testa teneva poggiata una bombetta nera. Camminava verso di me ed io rimasi paralizzato, lo fissavo come fossi ipnotizzato, smisi di piangere e lo guardai incredulo. L’uomo si parò di fronte a me, diede una boccata alla pipa, mi guardò, sorrise allargando la sua bocca e mi porse un quadrifoglio; mi accarezzò in testa, lo ricordo bene, poi mi disse soltanto: “Va avanti”. Presi il quadrifoglio tra le mani e lo vidi voltarsi e allontanarsi sparendo in lontananza, rivolgendomi le spalle. Rimasi sconvolto. Non sentivo più il bisogno di piangere e il cielo era diventato nuovamente sereno, senza nubi. Ero così felice. Mi alzai e seguendo le parole di quell’uomo ripresi a camminare, questa volta a testa alta. Non so come, ma l’incontro con quella persona così serena e docile, come per magia era riuscita a trasmettermi pace. Ero piccolo e molto influenzabile ed ero certo che ciò che mi aveva detto era la cosa giusta. Capii che fermarsi non sarebbe servito a nulla. Il sorriso mi tornò sulle labbra e lentamente il cielo iniziò a diventare sempre più azzurro. Io e quel luogo eravamo un tutt’uno e il cielo, la terra, il sole, il vento riflettevano le mie sensazioni e le mie emozioni. Il quadrifoglio che stringevo tra le mani era verde e rigoglioso, sentivo la vita scorrere in lui anche se era stato strappato dalla terra. Quel quadrifoglio lo porto ancora con me, nei sogni, ancora oggi.

Continuai a camminare per molto tempo. Avevo sei anni quando entrai in quel mondo e ad ogni passo crescevo sempre più, quando riaprì gli occhi erano passati dieci anni.
Ad ogni metro che percorrevo la mia mente si apriva, si dilatava, e percepivo maggiormente l’essenza di quel luogo. Ero io, io ero lui, lui era me.
Non so dire quanto tempo trascorse, ma lì non aveva importanza, non sentivo stanchezza, fame, sete, dolore, continuavo a camminare, e più lo facevo più maturavo, più crescevo, più divenivo un uomo.
Giocavo oramai con quel luogo, trasformandolo a seconda del mio desiderio; gli elementi naturali che lo componevano erano i miei giocattoli e ubbidivano alla volontà della mia anima.
Continuavo ad avanzare, a piedi nudi, perché già da tempo avevo abbandonato le scarpe per poter sentire più profondamente il contatto con la terra, con il verde prato che mi avvolgeva e che si espandeva intorno a me.
Ero assorto nei miei pensieri, la mente era limpida, serena, da molto tempo non avvertivo un cambiamento netto in quell’atmosfera. Da molto tempo non provavo una sensazione di attesa simile a quella che mi riempì il cuore un attimo prima dell’apparizione dell’uomo in verde. Segretamente però, la bramavo. Ero così occupato a riflettere che non mi accorsi del cambiamento nel paesaggio che avveniva senza la mia volontà.
Una fitta nebbia mi impediva la visuale e il cielo era coperto da un intenso manto grigio. Provai a cambiare le condizioni atmosferiche ma con grande insuccesso. La cosa mi spaventò: mi sentivo perso e avevo molta paura, non riuscivo a veder nulla né a sentire nulla, una forte, terribile angoscia aveva preso possesso del mio spirito. Sobbalzai quando tra la nebbia vidi in lontananza una fioca luce rossa che avanzava verso di me. Quando fu abbastanza vicina si delineò la sagoma di una bambina dai capelli rossi, il viso dolce e quasi pallido, piccole lentiggini le impreziosivano il viso e le coprivano il naso sottile: era quanto di più armonioso avessi mai visto. Avanzava verso di me e tra le mani reggeva una fiammella rossa piena di vita e calore. Si fermò innanzi a me, mi guardò con i suoi splendidi occhi dello stesso colore del prato, dritto nei miei. Mi stupii e restai in silenzio perso in quegli smeraldi. Senza dire una parola mi porse quella piccola lice e con lo sguardo mi invitò a prenderla. Lo feci.
“Sono Sabin, ci rivedremo presto, ti aspetterò sempre”.
Mi disse queste parole, ma io non seppi risponderle. Voltò le spalle e andò via, di nuovo tra la nebbia. Proprio come era venuta. Nel voltarsi indietro per salutarmi con la mano la vidi diversa, vidi come sarebbe diventata in futuro: una donna bellissima dai capelli rossi come il fuoco. Mi convinsi che l’avrei sempre amata. Sabin.
Osservai la fiammella che avevo tra le mani, calda, viva, rossa. La osservai e ne percepì l’essenza. Poi improvvisamente si spense.
Buio.

Mi risveglia in una stanza d’ospedale, tra lo stupore dei miei parenti. Ero cresciuto. Era passato molto tempo, lo capii subito, ma non ero per niente triste. In quel tempo non avevo perso nulla, anzi, avevo trovato lei. Così continuai a cercarla, ogni volta che mi recavo nuovamente in quel posto.
Sabin.
L’avrei trovata e amata prima o poi. Ne ero certo.

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