Lacrime e fiamme

Due notti fa ho rivisto un amico. Lui ha pianto e io ci ho scritto questo.

Lo vedemmo piangere lì, innanzi a noi, quel ragazzo, oramai diventato uomo, a cui invidiavamo spesso l’allegria, la forza, la costanza e soprattutto il suo forte ascendente sulle persone. Lo vedemmo piangere e non riuscimmo a reagire. Lui era lì, illuminato solo leggermente dalla luce gialla dei lampioni presenti sul ciglio della strada, i suoi capelli ricci, lunghi e cadenti gli coprivano il volto basso; non era facile capire cosa stesse facendo, fermo immobile, in mezzo alla strada. Capimmo il suo stato d’animo grazie al movimento delle sue spalle, che si scuotevano per via dei singhiozzi a ritmo irregolare. Quando comprendemmo l’accaduto rimanemmo sbigottiti, incerti e insicuri a nostra volta. Non sapevamo come comportarci, non sapevamo cosa dire, non ci era mai capitata una cosa simile prima d’ora, non con lui almeno.

Sapevamo che non avrebbe gradito frasi di compassione, che non avrebbe voluto sentir altre parole se non quelle che gli ronzavano e rimbalzavano in mente, come un’eco ossessivo che non può trovare sfogo nel vento perché bloccato da più pareti. Sapevamo che con lui, ogni normale tentativo di comprendere, o di migliorare la situazione sarebbe stato del tutto inutile.

Guardai Biagio accanto a me sperando avesse una soluzione, e fu come riflettermi in uno specchio, il mio amico doveva aver pensato la stessa cosa. Eravamo nella merda, con Bobo lì, paralizzato nel suo lento singhiozzare e noi due, i suoi più cari amici, paralizzati come lui a causa della novità della situazione. Biagio provò ad aprire bocca, ma non appena mosse un po’ le labbra per proferir parola, subito si bloccò. Non riusciva, come me d’altronde, ad immaginare parole esatte per una tristezza così inspiegabile e improvvisa.

Quella sera stavamo bevendo birra, al solito posto, squallido e triste per la gente presente, decisamente affollato. Ogni cosa si svolgeva nella più quotidiana mondanità, senza pretese, con poche parole importanti, molte chiacchiere vane, bottiglie vuote e ceneriere piene, mentre intorno il caos prodotto dal vociare stridulo di ragazze imbellettate alla ricerca di un altra dose alcolica priva di senso, e il grugnire smoderato di ragazzi falliti, privi di scopo.

Quella sera nulla sarebbe dovuto andare fuori dall’ordinario. Nulla.

 

Alla fine, forse stravolto dalla nostra impotenza, Bobo fermò le spalle, e senza alzare lo sguardo disse:

– Ho fatto una cazzata, una grande, enorme, cazzata. Scusatemi.

 

Poi ogni cosa divenne buia. Tutti e tre venimmo scaraventati a terra, sbalzati dalla forza dell’impatto. Non so che fine fecero gli altri due, so solo che finì su una delle auto parcheggiate di fronte al locale.

Prima di svenire per l’impatto, vidi il 20H in fiamme, finalmente pensai, e nulla più.

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