Recensione di Birth – Dardust per MCTC

Dardust torna in scena dopo l’esordio con 7, il disco che lo ha reso famoso presso i media e il pubblico, consacrandolo come uno tra i migliori esempi italiani in grado di rappresentare l’unione e l’evoluzione dell’elettronica con la musica classica.

Torna in scena con Birth, secondo capitolo della già annunciata trilogia, disco caratterizzato da una più estrema differenziazione tra le due anime dell’artista: quella neoclassica e quella elettronica.

Registrato nei Sundlaugin Studio a Reykjavík (dove hanno registrato, tra gli altri, anche Sigur Ros, Jon Hopkins, Damien Riceetc), il nuovo album è stato interamente prodotto ed arrangiato da Dario Faini (Dardust) e Vanni Casagrande. Birth si distacca nettamente da 7, accentuando in maniera evidente, e poco naturale, il distacco tra anima neoclassica ed anima elettronica. 10 brani in totale, di cui 5 “slow”, che si ricollegano al percorso neoclassico intrapreso con 7 e 5 “loud”, che portano il sound verso il terzo album, che verrà registrato a Londra. Filo conduttore della trilogia è infatti il viaggio sonoro che, percorrendo l’asse geografico-musicale Berlino-Reykjavic-Londra, porta l’ascoltatore alla scoperta dei differenti suoni che caratterizzando le tre città.

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