Disquisizioni inutili sul progresso

Mi trovavo a casa di mia nonna.
Dovete sapere che lei è una di quelle persone che quando vai a pranzare da loro hanno una sorta di malattia per la quale devono, e sottolineo devono, cucinare per almeno tre ore, mettere a tavola di tutto e di più, ingozzarti fino a farti esplodere. Siamo al sud, è normale. Credo che qualche statistica dice che almeno 3 su due nonne sono così. Lo so, andiamo in esubero, ma alcune valgono per due, tipo la mia.

Com’è consueto in questi pranzi, oltre al rumore delle mandibole che fracassano, spezzano, distruggono, masticano, c’è anche quello delle chiacchiere, delle disquisizioni, dei fattarielli spesso inutili ma d’obbligo intorno ad una tavola. Immaginate cosa potrebbe significare mangiare nel più assoluto silenzio? Brividi.

Dunque si parlava. Il tema era la povertà, o meglio la disparità della povertà tra le persone, insomma, il GAP tra ricchi e poveri. Mentre mia nonna, donna intelligentissima, sosteneva una semplice presa di posizione, più una domanda che una constatazione, sul “Perchè ci sono queste disparità?”, io ho provato ad andare un po’ più a fondo.
Alla fine non sono giunto a nessuna conclusione decisiva, o esaltante, o risolutiva. Ma ciò che ho pensato è stato all’incirca questo:

Voglio dargli un titolo: La più grande contraddizione della storia

I paesi ricchi hanno soldi, industrie, tecnologia, benessere, etc., utilizzano tutte queste risorse per cercare, continuamente di migliorarsi, o almeno così dicono, per inventare, creare, rendere possibili cose impossibili, facendo sì che un domani tutti possano godere dei benefici del progresso e vivere una vita felice, spensierata, senza problemi.
Questo è l’obiettivo, o dovrebbe, del progresso. Per ottenerlo ci vuole ricchezza. Avere ricchezza, di denaro s’intende, inevitabilmente crea povertà. Povertà che si cerca, però, di curare grazie a questo progresso.
Non sarebbe più facile risolvere il problema alla base? Il progresso è così necessario? Certo, senza progresso non ci sarebbe gente come me che sta qui a scrivere, non ci sarebbero PC, non ci sarebbe internet e non ci sarebbe, probabilmente, spazio per questi futili discorsi.
Eppure  un circolo vizioso, una contraddizione di base e se ci pensi, si starebbe meglio, molto meglio se si tornasse allo stato brado. Se ogni persona non avesse niente, che poi, secondo il più antico dei principi filosofici, niente è uguale a tutto.

Mi vengono in mente due citazioni, una più breve di Marx, il comico, che parafarasata dice: “La soluzione a tutti i problemi è sempre quella più idiota, solo che nessuno dà ascolto a quell’idiota”

L’altra è una storiella di un anonimo, un po’ più lunga, la cito qui testualmente:
C’è questa storia di cui non si conosce l’origine, che racconta di un imprenditore americano che in un piccolo villaggio sulla costa del Messico vede attraccare la barchetta di un pescatore. L’imprenditore gli chiede perché non sia rimasto più a lungo a pescare e il pescatore risponde che è quanto basta alla famiglia. Con il tempo che gli avanza l’uomo dorme fino a tardi, gioca con i suoi bambini, trascorre ore con la moglie, va a zonzo per il villaggio, beve vino e suona la chitarra con gli amici. L’imprenditore gli suggerisce di passare più tempo a pescare, con i profitti comprare una barca più grande, poi più barche, vendere direttamente al cliente aprendo una catena di pescherie, così da avere controllo su prodotto, lavorazione e distribuzione. Potrà trasferirsi a Città del Messico, poi a Los Angeles fino a New York per far crescere l’azienda. Sarà un processo di una ventina di anni, poi potrà quotarla in borsa, venderla e andare in pensione da milionario. A quel punto il pescatore gli chiede che cosa fare con tutti quei milioni e l’imprenditore risponde che potrà andare in pensione, ritirarsi in un piccolo villaggio, dormire fino a tardi, giocare con i suoi bambini, trascorrere ore con la moglie, andare a zonzo, bere vino e suonare la chitarra con gli amici.

Ora, con questo scritto, non ho risolto niente, anzi, forse si dirà che ho fatto semplicemente la scoperta dell’acqua calda. In realtà volevo solo parlare di quanto mi fa mangiare mia nonna. In realtà volevo solo scrivere. In realtà volevo dire a me stesso di partire e uscire da questo cerchio che mi si è chiuso intorno.

Tra poco lo faccio.
Aspetta.

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8 thoughts on “Disquisizioni inutili sul progresso

  1. Essendo io siciliana, ed avendo una nonna sicula doc, conosco benissimo questi pranzi luculliani e i discorsi che vengono fuori. I buddisti dicono che il mondo non si può salvare tutto ma che solo alcune persone possono arrivare ad avere la consapevolezza perchè il resto della gente è dentro il meccanismo del “desiderio” di cui sono prigioniere. Ogni tanto quindi si riesce a liberare qualcuno ma la maggior parte rimangono al punto in cui sono, purtroppo.
    Riguardo alla seconda storiella che hai scritto, molto istruttiva, mi torna in mente un post che scrissi anni fa sulla semplificazione della vita, che passò inosservato, e che appunto diceva che spesso bastano poche cose per avere una vita giusta. Una vita semplice che però di questi tempi è diventata un’utopia vera e propria. Alcuni che dimenticano a casa il cell si sbattono come se avessero lasciato un pezzo di vita a casa, oppure qualcuno che parte e dimentica il pc sembra che gli abbiano tolto il cuore. Voglio dire che non si sa fare a meno di molte cose che sono diventate indispensabili e per cui le persone hanno un attaccamento malato di cui non si rendono conto.
    Spesso vedo mamme che invece di sorridere ai loro figli, cliccano sul cell e stanno sempre lì col cell in mano, e nemmeno abbracciano più i figli…..ahimè…

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  2. Siiii io sono siciliana e cucino tanto, il mangiare è uno dei piaceri della vita. Quanto alla ricchezza io do ragione al pescatore basta lavorare per guadagnare il necessario e sapersi amministrare. L’eccessiva ricchezza, come ogni eccesso, crea problemi e ti toglie la tranquillità. Ciao. è stao un piacere leggerti.

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