Sassi

Non so per quale motivo, ma da quando ho memoria ricordo di essere sempre stato attratto da questi compatti agglomerati di materia. Atomi uniti tra loro così saldamente da sembrare lavorati in laboratorio, artificialmente, eppure allo stesso tempo così naturali, vivi, perfetti. Indistruttibili all’apparenza eppure abbastanza fragili da poter essere erosi dall’acqua.
Ricordo che ogni volta che qualcuno, amico o parente, partiva per un viaggio, sia che fosse di piacere o di lavoro, come risposta alla classica frase: “cosa vuoi che ti porti al mio ritorno?”, io chiedevo un sasso. Non importava la grandezza, il peso, il colore o la provenienza, se da una fogna o dalla riva di un fiume. Io chiedevo sempre un sasso. Ma perché?

Non avevo risposta a tale domanda, la mia richiesta, probabilmente, era frutto semplicemente della volontà di soddisfare una stravagante voglia da collezionista. Niente di più. Eppure la domanda non mi abbandonava. Restava lì, sospesa.
Col tempo la congiunzione “perché” cominciò a farmi visita sempre più spesso, fino a che non divenne una domanda costantemente presente in ogni istante della mia vita, un po’ scomoda, a tal punto da togliermi il sonno e il tempo per altri pensieri! Perché?
Iniziai a riflettere, a pensarci in maniera sempre più ossessiva, profonda, quasi al limite dell’angoscia. È importante porsi quesiti del genere, aiutano a conoscerci profondamente per ciò che siamo, ci danno la possibilità di scoprirci, di denudarci come innanzi ad uno specchio per osservare e indagare la nostra immagine riflessa. Da cosa era nata questa mia ossessione? Dovevo trovare assolutamente una risposta. Perché chiedevo sassi? Perché volevo pezzi di pietra nella mia casa? Testimoni dei viaggi e delle avventure dei miei compagni, amici, cugini, zii. Per quale motivo?

Oggi, guardando indietro, a quelli che sono stati i tempi andati, a ciò che è stato il mio passato, scopro di avere una risposta a quella domanda che tanto profondamente aveva scavato un posto nel mio cervello. Chiedevo sassi, cercavo pietre, solide reliquie perché volevo stabilità. Il mio più grande desiderio. Credevo che la compattezza, la robustezza di quegli oggetti da sempre presenti sul nostro pianeta potesse magicamente infondersi in me; credevo che avendole accanto, pregne dell’amore, dell’affetto di chi mi stava a cuore, sarei diventato forte, deciso, immobile proprio come le montagne, proprio come le scogliere imponenti, i monoliti e i vulcani: natura composta da natura più piccola, salda e indistruttibile. Credevo che avrei potuto prendere esempio da loro, diventando forte, come non lo sono mai stato, come non sono mai stato capace di essere. La forza, la stabilità, la calma, la pazienza: caratteristiche che non ho mai posseduto e che non ho mai fatto mie, ma che avrei sempre voluto avere.
Molti rispettavano la mia richiesta, di ritorno dai loro viaggi si presentavano da me con una pietra; chi con una di grande dimensioni, chi di piccole, qualcuno ne portava più di una, qualcun altro cercava quella che avesse una forma o un colore particolare, qualcuno me la donava controvoglia credendo che la mia fosse solo una stramberia insulsa da non alimentare, eppure si presentavano puntuali con il dono richiesto. Una volta una cara amica mi portò addirittura della sabbia, un dono molto apprezzato; un’altra volta un amico che non vedevo da tanto me ne donò una pur non avendogliela mai chiesta. Ero convinto così di avere un pezzo di loro accanto a me, sempre, una parte delle loro esperienze, un pizzico della stabilità che portavano con sé, e in questo modo mi sentivo più forte, più deciso, più sicuro di me stesso.

Tutti tornavano. Tutti partivano e tornavano portando con sé, nelle loro valige, un pezzo di roccia da donare a me.
Tutti tornavano. E fu così per lunghi anni, e cresceva la mia stabilità, la mia forza, la mia fiducia nel mondo, negli altri e in me stesso. Grazie a questi piccoli totem, questi oggetti “magici” intrisi di un potere invisibile ma palpabile col cuore, mi sentì una persona migliore e vissi per molto tempo con tale sicurezza. Ogni viaggio, ogni partenza, significava un ritorno, e ogni ritorno una pietra, e per ogni pietra io crescevo, mutavo, miglioravo. Andò avanti a lungo, fino a che il tempo non passò, non si divenne grandi, troppo grandi e i viaggi di piacere si trasformarono in fughe. Le distrazioni in decisioni. Fino a che tutti intorno a me iniziarono a partire per poi non tornare più. E con essi sparì anche la stabilità, quella che mi avrebbero donato e quella che precedentemente mi avevano regalato. Con essi sparì la mia forza, per far spazio alla solitudine e alla tristezza. La mia casa era diventata uno spazio pieno di pietre, ma vuota come la mia anima, come il mio cuore, come quei duri pezzi di roccia. Così, mi sono lasciato andare e sono diventato ciò che sono. Incapace di reagire, incapace di mutare: un peso, proprio come questi sassi vuoti. Un peso per me stesso, per gli altri, per questa città. Un reietto schifoso, solitario, inutile di cui nessuno più ha memoria o cura. Un essere invisibile, uno di quelli che passano la vita per terra, nascosti sui cigli delle strade, stesi sotto i ponti o rannicchiati nelle stazioni. Uno di quelli rassegnati al proprio destino, privi di qualsiasi slancio vitale, privi di forze, di desideri, di speranze.
Forse qualcuno di loro rammenterà il mio nome, il mio viso, le esperienze vissute assieme…
Io ora non so nemmeno più chi sono, non voglio ricordare il mio passato, rifiuto il mio presente ma conosco bene il mio futuro. Il mio gesto finale.
Sassi.
Da sempre ho avuto una particolare ossessione per questi oggetti capaci di ferire e di edificare, contrastanti e duali nella loro unicità. Sassi su cui avevo costruito speranze, certezze e sicurezze che però al primo mutamento furioso dell’acqua sono crollati inesorabili.
Niente più punti fermi, solo incertezza e addii. Non mi resta più niente, se non un sasso. Uno solo.

È pesante, molto. Lo tengo in braccio e faccio fatica a mantenerlo. Da qui sopra le strade di Roma sembrano piccole piccole, vene di un’immensa metropoli che mi hanno ospitato come se fossi sangue infetto. Ora sarà libera. Grazie di tutto, anche per i saluti.
È curioso: un sasso mi accompagnerà fino alla fine. Un sasso cancellerà i miei rimpianti.

Ploff.

 

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4 thoughts on “Sassi

  1. È molto triste, ma è una storia ben riuscita. Lascia molte riflessioni.
    Commento anche per un altro motivo: pure io ero fissata con i sassi, soltanto che ero io a raccoglierli, quando ero in viaggio.
    Era il modo migliore per ricordarmi di un posto, o almeno così credevo.
    Grazie per il follow, un saluto 🙂

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  2. Si cresce e i punti fermi sembrano perdersi per sempre. Se se ne ha il coraggio, si cresce ancora, e alla fine quei punti fermi che ognuno costruisce a modo suo, con le pietre, gli incontri, i ritorni e tutto ciò che li accompagna, ritornano più saldi di prima. La stabilità diventa capacità di reggere al cambiamento e persino di cercarlo, quando serve. Questo credo io. Ma non è facile, certo, reggere all’apparentemente definitiva perdita della stabilità, può fare molto male, tanto da non sopportarlo.
    Bel racconto, grazie del follow che ricambio volentieri.
    A presto
    Alexandra

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