Recensione di Un’Ucronìa a cura di Ilde Rampino per “Vernice”

Un percorso all’interno di se stesso, della propria angoscia, e tutta la sua vita ha avuto come ritornello ossessivo il “se”, che dà vita agli interrogativi senza risposta, “come sarebbe andata se” , la paura di operare una scelta, una specie di “Sliding doors dell’anima” e un ripiegamento nella propria incapacità di reagire . L’autore riesce a immergere le sensazioni del lettore in un mondo altro che dall’”ucronìa” – nessun tempo – si trasforma in un’”utopìa”, una mancanza di luogo, una terra di nessuno, fagocitata dai rimpianti. Il protagonista del romanzo ha abbandonato la propria casa, il proprio mondo per rinchiudersi in un presente irreale segnato dalle tracce del passato, in preda ad una perenne lotta interiore che ricorda in un certo senso i personaggi di Dostoevskij, imprigionati nel loro ruolo che essi non riconoscono. Il senso profondo di malinconia crea intorno a lui e nel profondo del suo animo un’atarassia dei sentimenti, un vano ed inerme tentativo di fugare le ombre del suo essere, che impregna tuttavia la sua vita e di cui egli non riesce a liberarsi, anche se in realtà non lo vuole. Ci sono dei momenti in cui sembra tornare alla luce una sorta di purezza dell’anima – come nella lettera a Roberto, l’amico che ha rappresentato un varco nella malinconia e la sensazione, anche se poi dispersa nel vento della disillusione, di essere compreso da qualcuno : quelle parole sono “un graffio sul foglio”, come sulla sua anima, e gli esprime tutta la propria sofferenza, perché si sente trascurato da lui, ma si rende conto che l’orgoglio, che egli definisce “concentrato di sofferenza travestito da gioia passeggera” ha preso il sopravvento su di lui e gli fa paura, mentre la consapevolezza della perdita non è altro che un ulteriore colpo di piccone nella roccia dell’indifferenza umana. Il protagonista si sente “reietto” con la sola compagnia dei ricordi, il cuore e la sua anima sembrano ancorati sull’orlo di un abisso in cui sta per precipitare, immerso in un caos che è fuori e dentro di sé. Egli rappresenta una sorta di alter ego di Dorian Gray, che davanti a uno specchio gli rimanda l’immagine di un mostro o un Dottor Jekill e Mister Hyde, mentre osserva il mondo attorno a sé e avverte la sua sofferenza come una punizione meritata. Egli si abbandona ad un pianto silenzioso, in cui le lacrime diventano quasi personificate, come se avessero in sé una profonda consapevolezza, che non si sfugge al proprio destino. Molto intense e significative sono alcune immagini del libro, come la candela che si consuma pian piano e poi si spegne, con la sua fiamma che si muove sembra rappresentare la vita del protagonista, in balia dei suoi fantasmi interiori come Faust, che cerca di porre in essere una sorta di sfida col passato e i suoi ricordi, che sono degli archetipi di profonda solitudine nella prigione che ognuno di noi a volte si crea. Il libro potrebbe definirsi in un certo senso come un romanzo corale, pur nella solitudine del protagonista, a causa delle innumerevoli “voci”  che condividono i suoi muti pensieri in un dialogo con immagini di vita ormai perduta, di persone significative , di cui “ognuno è una goccia nell’oceano dei miei ricordi”, una folla di alter ego che frantumano il silenzio in cui egli vorrebbe immergersi, per non pensare. La rinuncia ai propri sogni, che rappresentano la vera vita, le occasioni perdute si materializzano in un’altalena di incubi  e immagini che protendono verso un possibile destino di felicità. Egli si trincera e si protegge dietro una maschera pirandelliana nei confronti di se stesso e delle “Voci” che lo circondano, delle illusioni come nel personaggio di Sabin che “ha sempre desiderato sognare”ma che egli perde per una incessante rinuncia alla vita e la paura della sofferenza;  Sabin rappresenta la speranza e una realtà allo specchio, un alter ego in cui si riflette la sua vita, come egli la desidererebbe, invece di sentirsi “un involucro vuoto”. Interessante è la scelta lessicale dell’autore che si esplica soprattutto nella scelta di due termini: “oblio” e “buio” con cui termina alcuni capitoli, come una sorta di sipario Interessante come scelta stilistica è l’utilizzo di parole alla fine di ogni capitolo che racchiudono il senso di quanto detto, come un sipario chiuso su una scena che cade sulla realtà di un protagonista, che ricorda un personaggio kafkiano che ha vissuto una vita imposta dagli altri, una “vita subita” e assiste impotente al franare di tutte le sue illusioni, mentre teme la mediocrità, vuole assumere un proprio ruolo, vorrebbe essere artefice di se stesso, anche se poi avverte il proprio fallimento. Vi sono alcune parole fondamentali , che rappresentano tessere iridescenti che illuminano la comprensione del testo e attorno a cui ruota la vicenda: paura, silenzio e scelta, che circondano il protagonista in una rete di dubbi.L’autore ha la capacità di far rivivere i momenti cardine di questo monologo, che diventa colloquio con la propria anima, attraverso particolari e un dualismo tra sogno e realtà che rende il testo molto interessante e profondo. Suggestiva è la sovrapposizione in un certo senso del termine “ucronia” con “anarchia”, quasi a definire la privazione di qualcosa, il lasciarsi andare e il fluire dei pensieri in libertà senza regole e in nessun luogo. I l protagonista alla fine riuscirà a fare una scelta, scostando da sé le “piccole perle nere” del dolore e ritrovando i pezzi frantumati del mosaico della sua esistenza che a poco a poco ritroveranno una loro dimensione.

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