Recensione di Un’Ucronìa a cura di Franco Trifuoggi per “Vernice”

“Ucronìa: termine derivante dal greco che vuol dire nessun tempo. Indica ciò che sarebbe potuto accadere se un fatto storico, un avvenimento importante e significativo fosse andato diversamente”. Questo l’incipit di Un’ucronìa (Genesi Editore, Torino 2014), opera prima del giovanissimo Sergio Mario Ottaiano, musicista campano. “L’ucronìa – precisa ancora l’autore – è la narrazione del se. Più precisamente l’ucronìa è il “se”.

In realtà la vita e la letteratura sono piene di “se” riferiti al passato: penso, senza esigere esosi tributi dalla mia memoria, a padre Dante: Purgatorio, canto V, Jacopo del Cassero: “S’io fossi fuggito inver la Mira…” (rimpianto straziante dell’errore che gli costò la vita). Paradiso, canto VIII, Carlo Mastello: S’io fossi giù stato io ti mostrava / di mio amor più oltre che le fronde”. All’ Idillio maremmano del Carducci: “meglio era sposar te, bionda Maria”. Alle “rose / che non colsi”, alle “cose / che  potevano essere e non sono / state” di Gozzano. E infine all’estremo approdo a cui giunge l’ipotesi alternativa: il tema della reversibilità degli eventi, che appare suggestivamente configurato, in ambito teatrale, nella originale commedia dell’acclamato drammaturgo inglese John Boynton Priestley, Il tempo e la famiglia Conways (1937) – da cui fu tratto nel 1962 un film di Alessandro Brissoni – in cui, grazie a una brillante trovata tecnica (il terzo atto collocato al posto del secondo), si crea il clima “delle vane illusioni per cui – scriveva Silvio D’Amico – un gruppo di uomini e di donne sogna le soddisfazioni di un avvenire, che lo spettatore già conosce, una per una, fallace”.

Qui lo spunto del “se” riferito al passato trova uno sviluppo davvero ardito e originale, che avvince subito il lettore; sull’egemonia del “se” Ottaiano costruisce, infatti, una storia ben calibrata, alla quale è di poco momento avventurarsi ad applicare un’etichetta di genere letterario: romanzo breve, racconto lungo, romanzo-saggio, romanzo autobiografico (e in quale misura). Più che una, peraltro rischiosa, classificazione eidografica vale il riconoscimento della iridescente ricchezza dell’analisi psicologica, in gran parte fondata sul monologo interiore, e della perizia dell’autore nell’accompagnare il lettore nei meandri delle innumeri e tormentose non-opzioni, dando (come scrive Sandro Gros-Pietro nell’illuminante risvolto di copertina) “prova immediata del vasto entroterra culturale che si è formato alle spalle, con radici nel pessimismo solipsistico di Carlo Michelstaedter, maestro nella contrapposizione dialettica pura e cruda di vita-morte”. Al quale si riconduce anche l’allegoria della tela raffigurante una barca che attraversa una tempesta, sbattuta tra le onde: un dipinto posto dal protagonista su una parete per ricordare che la sua vita “è sempre stata come una barca immersa in un grande oceano profondo”. Pare che anch’egli ci voglia dire, come l’infelice poeta goriziano: “vana è la pena e vana la speranza, / tutta è la vita arida e deserta…”. Una presenza letteraria alla quale mi pare di poter affiancare quella di Svevo, sia per la sua attenzione a scandagliare l’animo umano   con impietosa analisi delle sue zone più riposte, sia per il tema dell’inettitudine, dell’incapacità di misurarsi con la realtà, con un sensibile discrimine, però; infatti in Una vita di Svevo l’ “inetto” Alfonso Nitti mostra di possedere un forte senso di sé e del proprio valore, che è, invece, estraneo al nostro protagonista.

Si dipana, così, nelle circa  cento pagine del libro, una serie infinita di variazioni del tema, in cui il “se” appare anzitutto la base del rimpianto, da parte del protagonista, a cui si accompagna la contezza della banalità della propria esistenza, determinata dalla paura di scegliere: un avvertire con insistenza quasi ossessiva il peso delle mancate scelte che mi fa pensare a quel  “non decidere” che assume in Martin Buber, il filosofo viennese di origine ebraica, una valenza etico-religiosa negativa. Questa continua allure analitica si risolve in un periodare che gode di cadenze paratattiche, per lo più asindetiche, non di rado frante o ridotte a membretti brevissimi, addirittura monoverbali (“Rimpianti, rimorsi…Ucronìe. “Rimpianti”. “No”) a specchio di una flocculazione di opzioni frustrate, dell’incalzare di memorie tormentose, qua e là suscitatrici di riflessioni intrise di pronunce amaramente gnomiche (“Perché la nostra vita è desideri”…”Io purtroppo ho smesso di desiderare”): un ductus, tuttavia, sempre lucido e alieno dalla caotica desultorietà che caratterizza il flusso di coscienza  joyciano, un dettato espressivo che privilegia, anche nel tempo onirico, un’aggettivazione sapida e trasparente, degna, cioè, di “scrittori di cose” secondo la nota distinzione pirandelliana.

L’immaginazione appare, quindi, “sia la condanna sia l’unica fonte di gioia” che gli resta, il pensiero delle possibilità alternative è l’estasi di cui non sa fare a meno. In tale contesto riaffiora, sulle ali della condanna dell’orgoglio, il ricordo di Roberto, un amico dal quale si è allontanato, e di una lunga lettera, autocritica e raziocinante, a lui non inviata. Non manca un’apertura parenetica: “…non fuggite dal futuro, anzi allontanatevi quanto più possibile dal passato e non soffrirete”; un afflato solidale che l’autore rivela anche nel prologo, quando pone in guardia i lettori proprio contro i rischi di un’oltranza dell’ucronìa, che “può diventare un’angoscia da cui non si può più uscire”; nei “sentieri nascosti della mente”, infatti, potrebbero perdersi “e mai più far ritorno”.

All’elogio del silenzio e all’identificazione del credo della sua  generazione della mediocrità segue il rammarico per i sogni amati e poi uccisi, che annulla il desiderio, mentre si evidenzia l’insufficienza dell’autostima. Sormonta, quindi, il progressivo infittirsi delle occasioni perdute che lo rivelano a se stesso come “un guscio chiuso, statico, inutile”. “Se tornassi indietro cambierei tutto”: è un’impennata che si traduce ancora in un’apertura colloquiale, un’esortazione altruistica: “Aprite le vostre vele al vento. Esplorate. Sognate. Scoprite”. Ed ecco un momento di abbandono al sogno, venato di panismo: “…divento vento, aria, fuoco. Sono il sole, sono l’acqua, la terra, l’erba, il cielo, il mondo, l’universo. Ma il passato, imperioso, ritorna: ecco affiorare, improvvisa, una visione che sa quasi di incubo: Sabin, splendida ragazza, dalla “pelle bianca come la neve e i capelli rossi come il tramonto”, l’“antidoto al veleno”, quella che poteva determinare la svolta della sua vita. Riaffiora il ricordo di un incontro , un bacio, una notte condivisa, ma anche della rinuncia a lei nel segno della sfiducia in se stesso. Una rievocazione accarezzata con indugi incantati, pervasi da note di tenerezza e di soavità. Ora, però, lei non ricambia l’abbraccio, gli sorride, immobile, svanisce: “il sogno è finito!”. Ed ecco che lo incalza una crisi di panico: si scopre deforme, “un mostro osceno”, la rappresentazione fisica della sua inferiorità, a proposito del Gros-Pietro cita il Ritratto di Dorian Gray, rilevando tuttavia che invece in Oscar Wilde il protagonista resta bello a differenza del quadro.

Le pagine scorrono, così, con la dipintura dell’angoscia e dello “scalpitare” dei ricordi: dopo l’infanzia serena, il peso delle responsabilità, dei doveri. L’odio per i genitori, rei di aver programmato la sua vita a causa della sua apatia e indecisione, nemica del “futuro vincente” che desideravano per lui; e di non averlo cercato, dopo la sua partenza. E il patologico oscillare tra odio e bisogno di essere perdonato, dopo la scoperta che essi avevano sofferto per il suo distacco: potranno mai perdonarlo? L’infittirsi impietoso dell’assalto dei ricordi, con la mancanza di fede in se stesso e nel prossimo, lo conduce al drammatico “cupio dissolvi”, per cui si scopre assassino di se stesso. Ora gli resta solo la speranza di riposare in pace, vanificata però dal pensiero di aver peccato nei confronti della sua anima e di non poter trovare posto nel regno di Dio.

A questo punto l’autore cambia registro, indulgendo a quello che gli antichi scrittori greci chiamavano aprosdòketon, cioè a un finale a sorpresa, che sarebbe gratuita crudeltà rivelare e che, a mio avviso, vale a risarcire il lettore troppo sensibile della lunga prigionia nell’ossessiva atmosfera ucronica; di più non dico! Posso solo concludere congratulandomi con Sergio Mario Ottaiano e augurandogli che la sua vocazione per la narrativa gli sia prodiga di frutti sempre più copiosi e lusinghieri.

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