Personalità: L’Assassino

– Dunque, parla! Esprimi le tue ultime volontà, inizia il tuo ultimo triste monologo. Parla, perché è la tua ultima occasione! Chiedi pietà e prova a convincermi. Convincimi a graziarti. Piangi, urla, impreca e disperati. La tua ora è arrivata, bastardo! Ora, parla!
Freddo. Sento freddo. La mia schiena nuda, distesa su questa lastra di acciaio congelato, è

gelida. Sono legato per la vita con una cinghia di cuoio, le braccia e le gambe sono libere ma non riesco a muovere nemmeno un muscolo. Probabilmente sono stato drogato. I miei occhi possono vedere, muoversi, anche se con fatica a causa della forte luce puntatami contro. La stanza intorno è fredda, spoglia, quattro pareti grigie e sporche, un lampadario che scende dal soffitto e innanzi a me, una porta, chiusa. Una sola via d’uscita troppo lontana, impossibile da raggiungere
Il mio respiro è lento, colpa della droga, ma non provo paura. Cosa ci faccio qui? Come ci sono arrivato? Forse la risposta a queste domande la conosco, in fondo ho sempre saputo che questo momento prima o poi sarebbe arrivato.
Alla mia destra, l’assassino, il rapitore, il nemico, la risposta alle mie precedenti domande. Stringe in mano un coltello affilato e splendente, posso quasi specchiarmici dentro, posso quasi sentire il freddo del suo metallo. Mi urla contro, m’intima di parlare, di esprimere le mie ultime volontà, vuole godere della mia disfatta, vuole che chieda pietà, che lo supplichi, ma perché farlo? Dopotutto cosa potrei guadagnarci nel farlo? Altro tempo? La salvezza? La mia vita non vale molto, non ho mai creduto di poter contare qualcosa, quindi non ho alcun motivo per tentare di salvarmi. Accetterò il mio destino, in silenzio. Resistere è inutile, non ho nulla per cui vivere, nulla per cui lottare, desiderare, sperare. Sono sempre stato troppo sensibile per resistere ai colpi feroci del mondo, troppo poco forte per reagire alle dure lezioni che m’impartiva. Non ho realizzato molto, non ho preteso molto da me stesso e probabilmente sono sempre stato un peso per gli altri, ho vissuto nella mediocrità, nell’inutilità, pur sapendolo. Quindi forse merito di sparire, e dentro lo so bene. Probabilmente è questo il motivo che m’impedisce di lottare.
Tempo fa forse non avrei mai fatto questo discorso. Probabilmente pensavo tutt’altro sul mio conto. Tutto è cambiato e ho trascinato in questo baratro non solo me stesso, ma tutta la mia anima. Tutto è cambiato da quando….
Non ha importanza.
Mi dice di parlare, dopodichè poggia la lama del coltello sulla mia gola: è fredda come immaginavo. La sento premere sul mio corpo, affondare lentamente. Sta giocando con me, vuole spingermi a reagire, a parlare. Non so per quale motivo lo faccio, ma le parole iniziano ad uscire come un fiume in piena, inarrestabili, contro la mia volontà. Eppure poco prima avevo pensato esattamente l’opposto. Inutile: non si può fermare l’istinto primordiale di sopravvivenza dell’uomo. Ora però la domanda è: starò parlando al mio assassino o forse a me stesso?
– Attimi, la mia vita, la vita di me medesimo, J., si è composta di piccoli gesti, occasioni, secondi, sguardi, impulsi, decisioni frettolose e baci sfuggenti. Se chiudo gli occhi e guardo indietro scavando nella mia mente ricordo che ogni scelta importante è stata condizionata non da un ragionamento ponderato, ma da un gesto immediato, un attimo, un segnale rapido, particolare che mi ha indotto ad essere impulsivo, a prendere ogni cosa, anche la più piccola sciocchezza come un segnale.
In questo modo ho interpretato mille situazioni in mille modi che probabilmente non si avvicinavano nemmeno lontanamente alla realtà. In questo modo ho compiuto quella scelta, che mi ha reso ciò che sono adesso, che mi ha rinchiuso in questa gabbia di tristezza e disfattismo: la scelta che mi ha cambiato e rovinato la vita.
Però qualche scelta da me fatta, sono certo fosse giusta, e se devo ringraziare qualcuno, ringrazio il cuore che ha sempre fatto di testa sua e l’anima che gli ha dato coraggio. Attimi, ne ho avuti molti. Fatti di mani sfiorate, di luci e lingue straniere, di lampioni in vie sperdute, di scogli sul mare, di vento fra i capelli, di tormenta e sole cocente, di deserto, di pazienza, di silenzio. Ho avuto istanti di passione, di occhi che si incrociano, di addii, di amori cristallizzati per sempre perchè mai realizzati, di dita fra i capelli, orgasmi che ti toglievano il fiato e momenti per bere tutte le mie lacrime. Ho avuto attimi di risa, attimi di gioia, di dolore, di pianto, di sonno, di vita, di noia. Ho avuto momenti di dita tra le foglie, di mani attorno ad un fuoco, di musica e parole, di sostegno e conforto, di totale abbandono, ho avuto attimi di violenza e attimi d’amore. Di sconforto e di coraggio. Ho avuto attimi per scegliere bene e ho scelto male, attimi per pentirmi e per dirmi vai avanti, ho avuto attimi di carezze, di lingua e di pianto sui seni. Ho avuto attimi di poesia, di lettura, di evasione e isolamento, ho avuto attimi per essere contento e di bene fraterno, ho avuto attimi di condivisioni e di pura illusione, ho avuto attimi di fremiti, di vuoti alla pancia, di tradimenti e di traditori. Ho avuto attimi di fiori, di pioggia senza l’ombrello e di birre sotto un cielo nero. Ho avuto attimi di abbracci, di pacche sulla spalla e di spintoni. Ho avuto attimi di vittoria e di sconfitta, di fede e di domanda, di fiducia nel mondo e di sete di sangue. Ho avuto attimi da piccolo uomo e attimi da gigante.
Ti chiederai perchè? Perchè dico tutto questo. Perchè ogni attimo è importante e io l’avevo dimenticato, ogni sguardo, ogni gesto, ogni istante. Perchè io non so che cosa sono. Non lo so nemmeno ora che stai per uccidermi. Non so nemmeno se di me resterà qualcosa. So solo di essere le storie che racconto, che ho raccontato, ed esse sono le storie che ho vissuto e in esse vivo. E ciò che ho vissuto sono gli attimi che ancora adesso, in questo istante prima di andarmene per sempre, mi fanno respirare. E ora uccidimi, vado via a testa alta, senza alcun conto in sospeso. Dopo una vita intera passata a contare i miei rimorsi, i miei rimpianti, ora, nel momento definitivo ho capito. Tutto ciò che ho scelto, tutto ciò che ho compiuto, mi ha reso ciò che sono. Non posso far altro che ringraziare me stesso. Grazie. Addio.
Finisco di parlare, guardo il mio assassino negli occhi, nella mano destra impugna il coltello affilato, tagliente, uno strumento di morte. Vuole chiaramente colpirmi, togliermi la vita, finirmi.
Voglio andarmene a testa alta, ma so di non essere pronto. Non voglio che arrivi ora la parola fine.
Alza il braccio, pronto a colpire, eppure lo vedo esitare. Forse ci sta ripensando? Forse qualcosa è scattato nella sua mente, forse un attimo di umanità inaspettato. Forse sono salvo. Dio fa che sia così.
Invece no. L’assassino impugna più forte il manico della lama, la stringe talmente tanto che le vene della mano sembrano scoppiargli, carica il colpo con un movimento largo del braccio e fa per affondare. Urlo, chiudendo gli occhi. Non voglio vedere.
Li riapro e sono ancora vivo. Il mostro non ha colpito la carne, bensì le cinghie che mi tenevano legato. Mi libera.
In realtà mi libero.
Nella mano sinistra tengo uno specchio, nella destra un coltello. L’assassino ero io. Pronto a togliermi la vita. Pronto a farla pagare a quella parte di me che credeva di vivere un’esistenza priva di senso e inutile costringendo il resto della mia anima a rimanere in disparte, a soffocare. Ma si sbagliava, mi sbagliavo, mentivo a me stesso e fortunatamente, inconsapevolmente ho trovato la forza per reagire. Questo era l’unico modo per uscirne. Questo era l’unico modo per capire.
Ogni istante è prezioso, ed è bastato ricordarli in secondo di profonda lucidità per capire quanto valessero. Ora so da che lato pende la bilancia del conto della mia vita. Ora ne conosco il peso. Ora ho trovato un motivo per continuare a vivere.
J. e tutti gli altri sopravvivranno ancora.
Per questa volta X. non ucciderà.
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