Recensione di Un’Ucronìa a cura della Prof.ssa Marina Montano

Un’Ucronia, di Sergio Mario Ottaiano per i tipi di Genesi Editrice, mostra subito la ricca e stratificata cultura dell’autore a dispetto della giovanissima età. E’ un breve romanzo di formazione, dove la disperazione fa da cornice a momenti autentici: la lettera, di ortisiana memoria con picco autobiografico; l’espediente letterario dell’incontro con Sabin, cioè con la possibilità di un amore che mette a nudo l’incapacità d’amore del protagonista, uomo moderno bloccato, paralizzato secondo il modello joyciano, inetto nei confronti della vita, secondo il modello sveviano. L’incapacità di vivere le emozioni era già stata dichiarata, del resto, apertamente a pag. 37 “Stai bruciando ragazzo, stai ardendo di emozioni, passioni e sogni repressi, lascia che divampino”.

L’autore, figlio del suo tempo, è stato capace di creare un personaggio che, avulso dal contesto in cui vive, potrebbe essere immerso in Norvegian wood. Tokyo blues, di Murakami Haruki, fornendogli uno sfondo metropolitano giapponese per il ritmo convulso del pensiero.

Il ritmo narrativo, definito dal contrappunto dell’eternità a ogni fine capitolo- mai più (prol); non è andata così (c.I); oblio (II-III); buio (IV-V)-si risolve solo nell’epilogo, con il dipinto della nave, metafora del viaggio della vita e soprattutto del nostòs dell’Ulisse omerico a Itaca: il protagonista trova il suo spazio in questa dimensione e mostra la via al suo inventore.

Agathé tùche!

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